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IL CANTO DEL CUIMHNE PIAN

  • Immagine del redattore: Claudia Cinerea
    Claudia Cinerea
  • 7 nov 2024
  • Tempo di lettura: 17 min



In un’isola a nord, ma non troppo, dove l’altopiano è sempre verde e pericolosamente scosceso sul mare, e i laghi brulicano di timide creature delle leggende, sorge Flùrcaillte, la città del fiore perduto. Perché questo nome? Quando gli ancestrali posero la prima pietra nella valle erbosa, la giovane moglie del capo tribù ebbe una visione, una profezia. Se si fossero stanziati in quel preciso punto, la sua stirpe sarebbe andata distrutta per sempre. Ma il capo tribù ignorò la moglie, nonostante fosse in preda alla disperazione dopo la visione donatale dagli dei, tanto che si trascinò ai suoi piedi. Inutile dire che la giovane non venne ascoltata, anzi, fu accusata di averli maledetti tutti. Venne quindi presa con la forza e gettata dallo strapiombo a est, di fronte al mare.

Si dice che da quel giorno siano sbocciati centinaia di fiori del colore del sangue, simili a campanule dai petali velati e dal profumo del pianto, chiamati poi cuimhne pian, “ricordo di dolore”.

Il capo villaggio fece presto poi a prendere una nuova moglie e la sua stirpe si espanse in quella terra per oltre duecento anni. L’ultimo fu Dubhghlas, chiamato così per i suoi lunghi capelli neri, ereditati dal suo bisnonno, e poi dal nonno e poi dal padre, insomma era un tratto distintivo del clan degli Uaineàrd. Il giovane però, si era sempre sentito diverso da tutti loro; era gentile, educato, e amava passeggiare ed esplorare la pianura fino al picco più alto. Sua madre era morta durante l’ultimo Riuros, dopo l’ennesimo aborto. Era stata una donna gentile dagli occhi di ghiaccio, e Dubhghlas non era riuscito mai a comprendere perché avesse sposato quel burbero di suo padre. Da quando era morta, la notte sentiva il vento cantare di dolore, ma era una melodia confortante in un certo senso, si sentiva compreso. Aveva chiesto all’anziano del villaggio «Cos’è quella nenia che da mesi angoscia e allieta le notti più buie?»

L’anziano aveva guardato con stupore il giovane dai capelli neri, era la prima volta che qualcuno gli chiedeva una cosa simile. «La senti anche tu? Per gli dei! allora non sono l’unico» tirò come un sospiro di sollievo. «Siediti figliolo, ti racconto una storia, ma devi promettermi che non lo dirai a nessuno. È chiaro?»

Il ragazzo si limitò ad un cenno con la testa mentre prendeva posto senza distogliere lo sguardo dal vecchio.

«Conosci la leggenda dei cuimhne pian, vero?»

«Sì certo, mi esilierebbero se ne ignorassi l’esistenza.»

«Molto bene» farfugliò, «allora siamo già a buon punto.» Si sistemò per bene in mezzo alle rocce, coprendosi il più possibile con la sua pellicciona. «Ecco qui. Vedi figliolo, i miei nonni erano tra i primi che arrivarono in questa terra con il tuo antenato, avevano usato le triremi e trasportato più gente possibile, distaccandosi dal vecchio clan. Di lì in poi, la sai la storia, cosa accadde alla moglie del capò tribù. Ecco, i miei genitori mi dissero che era sopravvissuta alla caduta che doveva esserle fatale. Il suo corpo dopo qualche ora scomparve e mai più venne rinvenuto. Si dice che quello che hai udito, sia suo il canto, e che in pochi possono dire di averlo sentito la notte. È lei a scegliere per chi cantare. Se un bambino ha fatto un incubo, per placare l’animo di un puro di cuore, o semplicemente per addolcire il riposo di chi lo merita. Sono stati in pochi ad aver raccontato del suo magnifico canto, e io e te siamo tra quelli!»

Dubhghlas era letteralmente sconvolto dalla storia che gli era stata raccontata, e si chiedeva il perché nessuno la conoscesse in quella maniera. Forse si stava fidando troppo di un vecchio scellerato in vita per miracolo, ma gli sembrava sincero in un modo o nell’altro.

«Cosa dovrai fare secondo te?» domandò con la genuità di un giovane che aveva passato non più di diciannove inverni.

«Che domande? Cosa vorresti fare giovane Dubhghlas. Goditi il canto e dormi.» Ridacchiò alla fine, tossendo con ferocia, i suoi polmoni erano andati ormai.

«Ma io voglio trovarla e ringraziarla!»

Il vecchio sussultò, come se il ragazzo avesse detto una delle stupidaggini più grandi al mondo. «No no no. Non puoi andare a cercarla. Pensi che sia felice di vedere l’erede di colui che l’ha praticamente uccisa? Io se fossi in te, non mi metterei tu per tu con una donna arrabbiata, sarebbe capace di tutto!»

Il ragazzo era rimasto deluso dalle ultime parole del vecchio, tanto che sforzò un sorriso e un cenno per ringrazialo e se ne andò per la sua strada. Non voleva credere che quel meraviglioso canto fosse quello di una donna che cerca vendetta. Perché se no, l’aveva iniziato a sentire dopo la morte della madre? Il ragionamento del vecchio sembrava sbagliato, dettato solo da dicerie e credenze.

«Voglio trovarla!» si disse mentre calpestava le foglie secche dell’ormai autunno inoltrato.

Si diresse poi nell’altura appena sopra il villaggio, dove tutti i morti erano stati seppelliti fino ad adesso. C’era il sepolcro della madre in mezzo a quello dei suoi antenati, e il giovane si sedette lì vicino per chiedere consiglio alla defunta madre.

«Cosa dovrei fare? Da quando non ci sei più, la notte mi sembra più buia, e anche l’Edrini mi è sembrato freddo e tortuoso. Ma da quando odo il suo canto, mi sono sente scaldato, come quando le tue carezze mi facevano riposare sereno.»

Di fronte a lui vedeva l’immensità del mare inesplorato, quello da cui i suoi antenati erano arrivati in cerca di una terra fertile da coltivare, ma lui adesso vedeva solo il vuoto tra la sua gente, nel suo cuore e in quello di suo padre.

Un dolce vento tiepido gli fece ondeggiare i capelli scuri, era silenzioso e trasportava i petali cremisi dei cuimhne pian. Danzavano in torno a lui solleticandolo, come se volessero parlargli per dargli una risposta. Non sapeva se quel segno fosse una silfide gentile o lo spirito della madre che portava consiglio, ma di una cosa era certo; avrebbe dovuto trovare la misteriosa donna che gli illuminava la notte.

«Grazie» sorrise con dolcezza mentre i suoi occhi si illuminavano nel ricordo della madre. «Partirò questa stessa notte! Seguirò il canto e arriverò a lei.» Proclamò mentre concedeva un ultimo saluto alla tomba della madre.

Il piano nella sua testa era perfetto, ma non aveva pensato a cosa dire al padre quando lo avrebbe visto andare via. Non erano mai stati in buoni rapporti, aveva sempre visto il figlio come un debole, e sperava nella nascita di altri eredi che mai arrivarono. Il ragazzo in effetti aveva dato la colpa al padre della prematura morte della madre. Aveva insistito troppo per cercare un altro figlio, e il suo corpo non aveva retto all’ennesimo aborto. Lo odiava per questo e gli faceva ancor di più ribollire il sangue vederlo triste nel ricordo di lei. Dubhghlas decise di mentirli, inventagli una storiella che lo avrebbe convinto a non farsi troppe domande. “Vado a caccia di cervi” oppure “Vado a porgere le lodi a mia madre”, sarebbe bastato per convincerlo, e così fece.

Aveva portato con sé un arco con qualche freccia e della carne essiccata, in caso si fosse trattenuto per più di una notte. Imbardato di mantello e pelliccia, sgusciò fuori dalla casa di legno, guidato dal dolce canto della donna. Intraprese il percorso che scendeva dalla valle del villaggio, e la prima cosa che fece fu cercare lo spiazzale dove si diceva fosse stata lanciata la donna. Non era facile arrivarci: si doveva fare un bel salto, rischiando di precipitare ancora di più in basso, sulla roccia. Il ragazzo era preoccupato; se fosse stato come suo padre, non ci avrebbe pensato due volte a lanciarsi contro il pericolo, ma lui preferiva soffermarsi e riflettere per scongiurare il peggio.

Sapeva che il peso che trasportava lo avrebbe ostacolato: quel salto avrebbe richiesto più slancio ed energia di quella che forse aveva, ma non poteva rinunciare al suo arco. Aveva bisogno di qualcosa con cui difendersi nella notte. Negli anni, molti avevano lasciato il villaggio; alcuni erano diventati banditi, altri avevano fondato la loro tribù vicino alle coste. Era pericoloso scendere troppo, e non sapeva dove lo avrebbe portato quella melodiosa voce.

Prima di lanciarsi, fece dei tentativi poco più indietro, studiando la quantità di rincorsa che avrebbe dovuto prendere e in che momento piegare le gambe per lo slancio. Dopo alcuni tentativi si sentiva pronto, anche se aveva comunque quella paura che gli pizzicava lo stomaco. Prese un grande respiro e andò. Dopo meno di mezzo metro, si piegò e, aiutandosi anche con le braccia, saltò, oltrepassando a pelo lo strapiombo. Si lasciò scivolare in una capriola, rotolando in una fitta distesa di cuimhne pian. Il suo viso era rivolto alla luna piena e agli astri che illuminavano il cielo notturno e la sua via. Non aveva acceso torce per non dare nell’occhio, approfittando del favore degli dei. Era disteso sul campo fiorito e sorrideva. Non aveva mai fatto qualcosa di così avventato, e gli era riuscito al primo tentativo.

Il profumo dei fiori era intenso, fresco e dolce; non aveva quel solito odore di lacrime. Il ragazzo ne era inebriato e sarebbe rimasto per sempre lì, disteso a guardare i misteriosi fasci di luce che decoravano il cielo più alto, dove gli dei avevano il loro dominio. Dubhghlas non sorrideva così tanto dall'ultima volta in cui la madre era stata in salute, e si sentiva come se ogni nodo si fosse sciolto su quel prato. Nel frattempo, “Lei” non aveva interrotto il suo canto nemmeno per un istante, lo stava accompagnando dritto nel suo cuore.

Deciso a proseguire nel suo cammino, il ragazzo seguì il sentiero creato dai fiori. Questi avevano una direzione precisa, diversamente da quelli che nascevano spontaneamente nel villaggio, ed era come se qualcuno li avesse messi appositamente lì.

Il sentiero era insidioso: dovette camminare attaccato a un muro roccioso largo un piade, per proseguire, e più volte aveva rischiato di scivolare sulla roccia friabile, ma alla fine superò anche questo ostacolo. Poi continuò la discesa, saltando giù diverse volte per alcuni metri, e le sue caviglie iniziavano a soffrire per tutti quegli sforzi, ma ormai era quasi arrivato.

Era sceso abbastanza da non vedere più la strada di casa, e per la prima volta scopriva un lato della sua isola che gli era sempre rimasto nascosto. Da lontano, notò del fuoco e delle casette, simili a quelle di Flùrcaillte, e alcuni uomini che chiacchieravano di fronte a un fuoco. Se fosse passato davanti, lo avrebbero visto e, guarda caso, il sentiero proseguiva proprio in mezzo al loro campo.

«Come faccio adesso? Se mi vedono, sono morto.» Stava cercando una soluzione che non gli facesse rischiare la pelle, ma non c’era via di scampo. Scavò la terra sotto di lui, cercando di estrarre il substrato erboso e umido per poggiarlo su tutto il corpo, mimetizzandosi. Iniziò a strisciare in direzione del campo, facendo attenzione a non farsi vedere. Gli uomini erano seduti su dei grandi tronchi adibiti a panca e bevevano idromele direttamente dalla bottiglia. Sarebbe stato complicato per loro riuscire a focalizzarsi sull’ambiente circostante, essendo ubriachi marci.

Dubhghlas superò senza problemi il primo tronco, prendendosi delle pause quando uno di loro si alzava per spostarsi a prendere qualcosa. Arrivato al secondo tronco, però, una freccia scivolò dalla sua faretra e lui la schiacciò inavvertitamente.

«Cos’è stato?» «Avete sentito?» Il suono li aveva messi in allerta, nonostante le loro condizioni. «C’è qualcuno?!» chiese uno in tono intimidatorio.

Erano in movimento, scrutando l'orizzonte alla ricerca di un possibile intruso, ma il ragazzo se ne stava immobile dietro il tronco, in attesa che le acque si calmassero. Uno si allontanò di qualche metro in direzione del centro del villaggio, per controllare che tutti fossero nelle loro case a dormire; un altro rimase seduto, troppo ubriaco per reggersi in piedi, mentre l'ultimo si avvicinava a Dubhghlas. Sentiva i passi sull’erba e i fiori schiacciati con violenza, quasi li sentiva urlare. Il canto della donna, nel frattempo, si era interrotto, come per dare al ragazzo il tempo di tornare sulla giusta via.

Era completamente assuefatto dal panico per l’imprevisto, ma ebbe una nuova idea, prima di essere scoperto. Sfilò un’altra delle sue frecce, facendo attenzione a non fare rumore, e la lanciò davanti a sé, simulando la presenza di un arciere nascosto alle spalle degli uomini. Questi ci cascarono in pieno. Allora il ragazzo strisciò oltre l’accampamento, veloce come un serpente, superando l’ostacolo e tornando a brancolare nel buio, seguendo il sentiero dei fiori.

Appena fu sicuro di aver seminato gli uomini, corse come mai aveva fatto, cercando di mettere più distanza possibile tra sé e il villaggio. Aveva il fiatone, ma si sentiva al sicuro da ogni pericolo, o almeno così pensava. Il suo sentiero cremisi si inoltrava in un fitto boschetto che oscurava la luce lunare, ma si fidava ciecamente della donna e del suo canto, e si catapultò all'interno, cercando di non perdere di vista i fiori.

Il bosco era freddo e umido; lo percepiva sul viso e nei capelli ricoperti di terra, e ora non gli sarebbe dispiaciuto accendere la torcia. Si fermò un attimo per tirarla fuori dallo zaino e l’accese con una pietra focaia. Lì nessuno avrebbe dovuto vederlo, e dubitava che qualcuno fosse tanto pazzo quanto lui da inoltrarsi in quel luogo nel cuore della notte. Adesso i fiori erano ben visibili, e camminò per almeno un chilometro senza fermarsi, finché scorse tra gli alberi la luce della luna. La direzione era esatta, così corse incontro all’uscita.

Davanti a lui si aprì una piccola radura incantata. C’era un laghetto alimentato da una grande cascata, che rifletteva la luce pallida della luna, illuminando di blu quel piccolo spazio. Lucciole volteggiavano attorno all’acqua, mentre un gatto selvatico beveva tranquillamente. Il canto si era fatto più intenso che mai, tanto che il ragazzo dovette tapparsi le orecchie per non esserne sopraffatto. Era una sensazione strana; Dubhghlas si chiedeva perché quel suono fosse diventato quasi fastidioso, come se qualcosa fosse cambiato.

Dall’alto di una roccia vicino al lago, una donna stava distesa a tessere la melodia. Il suo corpo era nudo e sinuoso. I seni tondi seguivano le morbidezze del corpo, soprattutto quelle dei suoi fianchi. Gli schizzi della cascata facevano sembrare che fosse circondata da piccole stelle, che si poggiavano su di lei per riposare. I suoi capelli, lunghi e bruni, erano decorati con fiori profumati. La sua bellezza era inarrivabile, persino per gli dei, e il ragazzo ne fu subito rapito.

«Sei tu forse che tessi le corde più delicate del mio cuore?» domandò il giovane, inginocchiandosi di fronte a tanta bellezza.

La donna si alzò dalla roccia e la scese fluttuando nell’aria. «Sei tu l’uomo che ha catturato il mio cuore con la sua bontà e dolcezza?» Gli si avvicinò leggiadra, con un sottile sorriso che si perdeva sulla sua candida pelle.

Dubhghlas arrossì per l’imbarazzo. Non si sarebbe mai aspettato di trovarla così bella e perfetta dopo tutto ciò che le era accaduto; era surreale. «Gli dei ti hanno benedetta con la salvezza?» domandò con innocenza, distogliendo lo sguardo dal suo corpo nudo. «Gli dei hanno riconosciuto le mie virtù, proprio come stai facendo tu ora.» Poggiò una delicata mano sul viso del ragazzo. «Alzati» ordinò, prendendolo per il mento. Lui si sentì sfiorato appena, ma si lasciò trasportare dal suo incanto. Erano faccia a faccia, e lui poteva vedere chiaramente i suoi occhi. Si aspettava di perdersi nella dolcezza dei fiori cremisi o del riflesso della luna, ma non vide altro che il vuoto oscuro della morte. Rimase per un attimo bloccato dal torpore, mutando la sua espressione estasiata in una confusa. Non ebbe però il tempo di aprire bocca, che le labbra della donna si poggiarono sulle sue. Era il suo primo bacio.

Poco dopo, la donna si allontanò verso il lago, tuffandosi come un delfino e lasciando cadere tutti i fiori che aveva tra i capelli. «Su, vieni a farti un bagno come me!»

Dubhghlas era ancora stordito dalle sensazioni che stava provando, con le farfalle nello stomaco, ma una vocina nella sua testa gli diceva che c’era qualcosa di sbagliato in tutto questo. Una folata di vento gli scosse i capelli, come era successo la mattina prima sulla tomba di sua madre.«Mamma…» sussurrò, mentre seguiva con lo sguardo i petali rossi che galleggiavano sull’acqua. Solo in quel momento notò un dettaglio che confermò i suoi timori: il sentiero non era terminato. Anche sotto l’acqua del fiume si poteva scorgere il rossore cremisi dei cuimhne pian. Il percorso non era ancora finito.

Il giovane stava collegando tutti i fili per giungere alla giusta conclusione: quella donna non era chi diceva di essere. Nulla di lei riconduceva ai fiori cremisi; anzi, sembravano quasi spariti, nascosti nel riflesso dell’acqua. La sua voce era cambiata, diventando più stridula e meno dolce rispetto a quella che aveva ascoltato prima, molto più fastidiosa. E infine, quegli occhi privi di luce. Poteva significare solo una cosa, o meglio, un essere di cui aveva sentito parlare solo nei miti e nei racconti del villaggio: un mostro affamato, un ingannatore che attira le sue prede per poi annegarle negli abissi dei laghi. Il kelpie.

Se ne stava nell’acqua a nuotare leggiadra come una sirena, con i capelli che fluttuavano come nuvole, quando in realtà era solo un’esca per attirarlo e lasciarlo morire senza pietà. Come avrebbe dovuto comportarsi? Lei, o meglio lui, era lì, proprio sul percorso che avrebbe dovuto seguire, e ora la sua innaturale bellezza gli metteva i brividi. Lo aveva persino baciato. Il suo primo bacio gli era stato rubato da un mostro. C’era solo una cosa che poteva fare: aveva ancora il suo arco e tre frecce da scoccare. Ma poteva morire una creatura del genere? Non aveva mai sentito di qualcuno che fosse riuscito a sconfiggerne una, o che ci avesse provato. Era un rischio che avrebbe potuto costare troppo. Non poteva però tornare indietro adesso, dopo tutto quello che aveva superato, ad un passo da lei. Lasciò cadere il suo zaino, con l’arco e le frecce, per evitare che si inzuppasse tutto ciò che gli rimaneva. Tolse anche il pelliccione, ma non aveva freddo, perché l’ansia lo stava divorando prima che lo facesse il kelpie.

«Arrivo!» urlò al mostro, fingendo un sorriso. Si immerse nell’acqua calda, era come se facesse un bagno nel firmamento, e si avvicinò al predatore.

Lei distese il braccio verso di lui. «Afferra la mia mano.»

Il momento era giunto. Sapeva che se l’avesse presa, non sarebbe più tornato indietro; aveva solo un’opportunità, ma sentiva che ne valesse la pena. L'afferrò. Nel giro di pochi secondi, il corpo della creatura mutò. I suoi occhi divennero come quelli delle serpi, con una fessura verticale gialla, e il suo morbido corpo si ricoprì di scaglie bluastre, mentre i capelli si trasformarono in alghe. La bocca si deformò in un muso allungato e dentato, con due file di denti. Il kelpie sorrise, sicuro di aver vinto. Come previsto, lo trascinò a una velocità inumana verso il fondale del fiume, tenendolo stretto tra le mani artigliate.

Dubhghlas aveva pochi minuti prima di esaurire la sua riserva di ossigeno, ma doveva aspettare il momento giusto. Il kelpie lo osservava affamato e soddisfatto, immobile come un coccodrillo, mentre il giovane cercava di divincolarsi. Gli iniziava a girare la testa e la vista periferica si oscurava, formando una vignettatura. Il mostro, capendo che mancava poco alla sua morte, si avvicinò per mordergli il petto, puntando al cuore. Ma Dubhghlas aveva ancora una mano libera e, seppur fosse quasi privo di forze, con un abile scatto sfilò una freccia che aveva nascosto nei pantaloni e gliela conficcò dritta in fronte.

Il kelpie lasciò la presa e strillò di dolore, emettendo un grido acuto come quello di un agnellino in agonia, mentre il lago si riempiva di sangue scuro e denso. Dubhghlas rinvenne e, con uno scatto rapido di braccia e gambe, risalì in superficie, tornando a respirare e vomitando l’acqua ingerita. Il mostro si dimenava ancora nelle profondità del lago, e il giovane non era sicuro che sarebbe morto con quel colpo che sarebbe stato fatale per un umano. Anche se ancora stordito, riprese subito la ricerca del sentiero cremisi, proseguendo dritto sotto la cascata.

Dietro di essa si nascondeva un’insenatura, una grande grotta scavata da un antico corso d’acqua. Era umida, con stalattiti che pendevano come spine e insetti disgustosi che strisciavano tra le fessure nella roccia. Era tutto terribilmente angosciante lì dentro, al ragazzo non piacevano i luoghi così chiusi e soffocanti; amava l’aria aperta e il vasto orizzonte del mare. Per quanto angusto fosse quel posto, la voce era tornata a cantare per lui, forte e chiara, con una delicatezza che sembrava appartenere a un altro mondo. Dubhghlas proseguì senza alcun timore: sapeva che mancava poco per trovare colei che lo aveva aiutato senza chiedere nulla in cambio.

Aveva ancora un po’ di ansia e dubbi. Era preoccupato di aver sprecato tutto quel tempo per poi trovare un altro essere pronto ad ucciderlo, oppure di rimanere deluso. Ma era lì, quasi arrivato, e il suo canto scioglieva ogni dubbio che lo affliggeva. I fiori continuavano a sbocciare anche nel buio della caverna, mantenendo intatto il sentiero come lo era stato fuori.

La caverna, infine, si aprì su uno spiazzale. Un fascio di luce illuminava il centro, dove crescevano rigogliose piante e alberi dai caldi colori autunnali. Le loro foglie dorate riflettevano la luce del raggio, donando vita a un’altra infinità di piante.

Proprio al centro, ad altezza d’uomo, si ergeva un grandissimo cuimhne pian. Era il più rosso di tutti, ed era proprio da lì che la melodia continuava a vibrare nell’aria. Il giovane si avvicinò cautamente, impressionato dalla magnificenza di quel leggendario antro, ma soprattutto incuriosito dal fiore custode. Era a pochi metri da lui, e il suo canto si fermò.

Dubhghlas si immobilizzò, preoccupato di aver fatto qualcosa per infastidire il dolce fiore, ma questo iniziò una danza serpentina, come se fosse trasportato dal vento, e la sua corolla mutò in forme contorte e sinuose. I petali si rigirarono internamente, componendo diversi strati di un morbido abito cremisi, mentre i suoi stami e il suo pistillo si fusero in un unico essere, per poi separarsi di nuovo, lasciando emergere una testa e delle braccia. Lo stigma si allungò in un lungo velo rosso semitrasparente, che copriva la testa del fiore come fossero capelli. Infine, aprì gli occhi, del brillante colore dell’oro, un dono divino.

«Mi hai trovata, alla fine» gli sorrise dolcemente, chiudendo gli occhi. «Sei il primo che è riuscito ad arrivare fin qui.»

Dubhghlas era senza parole. Non aveva mai visto un essere così bello in tutta la sua vita, superava infinite volte l’illusione del kelpie. Non riusciva a smettere di guardarla, immerso nella sua luce.  «Sei… reale?»

«Sono reale quanto te» ridacchiò, facendogli gesto di avvicinarsi. «Vieni più vicino.»

Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte. Ora erano uno di fronte all’altra, a guardarsi dritti negli occhi con l’intensità dell’amore più innocente. «Non parlo con qualcuno da almeno duecento anni, sai? Sono così felice che tu sia qui.»

Dubhghlas distolse un attimo lo sguardo; gli ritornarono in mente le sue origini, era il discendente di colui che le aveva fatto tutto quel male e si sentiva tremendamente in colpa.

«Oh no, non ti rammaricare. Non hai colpe per quello che mi è stato fatto» gli accarezzò la guancia con la punta delle dita. «È vero che sono morta in maniera atroce, ma gli dei mi hanno salvata; mi hanno scelta come guardiana dell’isola.» Con l’altra mano, asciugò una lacrima del ragazzo. Non sapeva se fosse più dispiaciuto o felice per quella notizia. 

«Quindi, tu non puoi uscire da qui… vero?» domandò con voce tremolante.

«È vero, non posso. Ma vivo e vedo l’esterno grazie ai miei figli, i cuimhne pian. È grazie a loro che ti ho trovato e ho sentito il tuo puro dolore.»

I fiori erano lei, e il suo canto gli era sempre stato vicino grazie a loro. 

«Non so come ringraziarti per quello che hai fatto, è veramente troppo, dopo tutto quello che hai passato.» Continuava a tenere il viso basso per la vergogna.

«Ma no, non dire così. Adesso sei qui, a parlarmi e a mostrarmi la tua gratitudine, e mi basta questo per continuare a cantare con gioia.»

Era davvero un essere dall’animo unico, gentile, con la forza di un leone. Dubhghlas era rapito da lei e non avrebbe mai più voluto lasciarla. 

«Io non ti abbandonerò qui, tutta sola per sempre! Non lo meriti, diamine! Tornerò a trovarti, sarò qui almeno una volta al mese, e ti racconterò tante, anzi, tantissime storie per tenerti compagnia, fino alla mia morte.» Per lui era il minimo, dopo avergli alleviato il profondo dolore per la perdita di sua madre.

«Non posso chiederti tanto, giovane Dubhghlas, è già stato troppo pericoloso arrivare qui la prima volta, e sono un egoista per non avertelo impedito...» il suo sorriso si rilassò in un’espressione affranta.

Fu ora il giovane ad accarezzare il liscio e delicato viso della donna.  «È veramente il minimo, cara…»

«Ayleen, mi chiamavano Ayleen.» Il suo viso si strinse in una smorfia timida; nessuno la chiamava per nome da secoli, era sempre stata “l'ex moglie maledetta” del primo capo tribù. 

«Ti si addice, bella come il sole.»

 

I due rimasero a parlare e scherzare fino all’alba, quando Dubhghlas dovette tornare al suo villaggio. Ma tra loro si suggellò una promessa. Anche se lontani, si sarebbero sempre pensati, fino al giorno in cui si sarebbero rivisti.

 

Per mesi e anni continuarono così, e a ogni incontro le loro anime si avvicinavano sempre di più, diventandone una sola. Come un delicato fiore che sboccia timido tra la neve, nacque il loro amore. Ogni arrivederci era un’agonia, e i loro cuori soffrivano in simbiosi. Un giorno, però, il giovane, ormai un uomo fatto e finito, decise di abbandonare il villaggio che presto avrebbe ereditato. C’era solo una cosa per cui voleva vivere, e quella era la sua Ayleen. Per l’ultima volta, lasciò il popolo di cui non si era mai sentito parte, per iniziare una nuova vita con la sua amata.

 

Passarono gli anni e Dubhghlas, ormai vecchio, si lasciò morire ai piedi della sua amata, felice e sereno di aver vissuto la vita che desiderava.

 

Un nuovo fiore sbocciò poi accanto ad Ayleen, bianco come il ghiaccio, ma caldo come i fuochi d’inverno. Gli dei fecero di Dubhghlas il guardiano dell’isola, donandogli l’eterno amore della sua Ayleen.

 

E alla fine la profezia si compì. La progenie del primo capo tribù si estinse con Dubhghlas, e una nuova era di re fiorì sull’isola.



Illustrazione di Laura Leone aka @linea_in_movimento

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