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IL RISVEGLIO DELLA CREATRICE

  • Immagine del redattore: Claudia Cinerea
    Claudia Cinerea
  • 12 nov 2024
  • Tempo di lettura: 39 min



Circa ogni mille anni, nella contea di Lunamezza, nasce una giovane strega o uno stregone con i poteri della creazione. Sono gli unici capaci di creare incantesimi semplicemente pensandoli, un potere immenso, ma difficile da controllare. L'ultimo creatore fu un grande despota, Mordrak, sconfitto dopo vent'anni di lotta dalla gilda degli eroi. Era uno stregone potente e malvagio, dotato di abilità uniche e di un ferreo controllo della magia. Credeva che gli esseri umani fossero solo bestie da macello, buone per nutrire le creature magiche. Questo, però, violava ogni legge del mondo magico, scatenando una guerra non solo a Lunamezza, ma anche tra tutte le città nascoste sotto il velo magico. La sua disfatta giunse grazie a una squadra composta da una strega, un guaritore, un mutaforma e un umano. Fu proprio quest'ultimo a sferrare il colpo finale, vendicando il suo popolo.

Dopo poco meno di cinquant'anni dalla sconfitta di Mordrak, una cometa luminosa incendiò i cieli notturni: era il segno che un nuovo creatore era nato a Lunamezza. Nessuno poteva immaginare, però, che fosse figlia di una prostituta, abbandonata sul ciglio della strada e adottata da una coppia mista, una donna umana e uno stregone. Crebbe forte, sana e allegra, ma con apparenti scarse capacità magiche. Non riusciva nemmeno ad accendere un fiammifero con l'incantesimo giusto e, all'accademia di stregoneria, era l'ultima della classe. Riuscì comunque a completare i suoi studi, evitando di specializzarsi in categorie più utili alla società, come guaritore, difensore, attaccante o amministratore. Preferì gestire la locanda di famiglia e accogliere i visitatori. Una vita tranquilla, almeno fino a quando la sua migliore amica non venne a bussare alla porta nel cuore della notte.

«Aster... sei proprio tu? Che ci fai qui a quest'ora? Siamo in chiusura!» disse, aprendo la porta di legno massiccio a metà.

«È un'emergenza! Fammi entrare!» sbatté una mano sulla porta.

«Ok, ok! Ma non agitarti! Entra pure.»

Aster filò dentro veloce come una saetta, passando dallo spiraglio sotto il braccio dell'amica e sedendosi al primo tavolo libero, dove appoggiò la testa incappucciata.

«Mi vuoi dire cosa succede? Stavo finendo di pulire!» Gwen serrò la porta e chiuse le tende: non voleva rischiare che qualcuno la vedesse lì dentro.

«Siediti...»

Gwen prese posto di fronte a lei, lanciandole occhiatacce fulminanti. «Allora? Perché sei qui?»

«Io mi... uoso» biascicò mangiandosi le parole e afflosciandosi sul tavolo.

«Come? Vuoi un uovo? La cucina è chiusa!» borbottò.

«No... io mi sposo...»

«Ti sposi?»

«Sì, mi sposo! Diamine, Gwen, non capisci proprio nulla!» Aster scattò in piedi, sbattendo le mani sul tavolo.

«Sei tu che non parli chiaramente! E che vuol dire che ti sposi?!» chiese Gwen, incurvando la schiena per avvicinarsi all'amica oltre il tavolo. Era scioccata: Aster, sempre così scorbutica con tutti, persino con lei, la sua migliore amica di sempre, poteva sposarsi? E soprattutto, chi era quel disgraziato?

«È tutta opera di quell'idiota di mio padre! Si è convinto che Mordrak stia tornando e che sia necessaria un'alleanza con gli umani al più presto.»

«In pratica ti sta vendendo?!» esclamò Gwen, sputacchiando senza volerlo.

«Sì! Santa madre!» Aster era disperata, e si vedeva chiaramente che aveva urlato come un'ossessa e pianto prima di venire alla locanda delle Tre Punte. Non era da lei mostrarsi così vulnerabile, ma pensava che solo la sua migliore amica potesse aiutarla.

«È uscito fuori di senno! Non può decidere per te, né come padre, né come duca di Lunamezza.»

«Vallo a dire a lui... Domani sera abbiamo una cena con il barone di Asalòir. Suo figlio è un aspirante... paladino...»

«Un umano? Proprio un umano ha scelto per te!» Gwen scoppiò a ridere. Se avesse avuto meno contegno si sarebbe rotolata per terra.

«Non c'è niente da ridere! Tanto non lo sposerò!»

Gwen riprese fiato dopo la lunga risata, sentiva gli addominali dolere. «E come pensi di fare, amica mia, sentiamo un po'.»

Aster si prese un attimo di silenzio. Poi chiuse gli occhi e salì sul tavolo, l'unico che Gwen era riuscita a pulire e che ora era di nuovo sporco. «Fonderò una congrega!» proclamò, alzando il braccio verso l'alto come se avesse avuto un'idea geniale. Gwen la guardò a bocca aperta, incredula per la sciocchezza che aveva appena detto.

«Fai sul serio? Una congrega? Tu?!»

«Perché no?! Ho tutte le carte in regola! Ho appena terminato i miei studi da guaritrice. Questo talismano ne è la prova!» Aster tirò fuori dal mantello il talismano dei guaritori, raffigurante la Megera in ginocchio. Gwen non capiva perché lo stesse mostrando con tanta solennità: sapeva bene com'era fatto, non era la prima volta che ne vedeva uno. Cosa voleva dimostrare?

«Sì, fin qui ci sono arrivata anch'io. Ma chi pensi debba approvare la tua richiesta, se non proprio tuo padre? E lui sa benissimo che le madri congrega non possono prendere sposo.»

«Esatto! Ed è qui che entri in scena tu.»

Il viso di Gwen si fece scuro all'improvviso. Ora capiva, Aster non era venuta per cercare conforto, ma per sfruttarla. D'altronde, ci era abituata; tra loro era sempre andata così. Aster era la temeraria che si cacciava nei guai, mentre Gwen era quella sempre pronta a coprirle le spalle. La cosa la esasperava, ma si sentiva in debito con Aster. Fin da bambina era sempre stata considerata la strega più inutile e meno talentuosa in assoluto, nessun incantesimo le riusciva. Gli altri la deridevano ed emarginavano per questo, dicendo "Non solo adottata, ma anche debole." Eppure, Aster c'era sempre stata, pronta a difenderla da ogni angheria, senza mai lasciarla sola. Era la strega più talentuosa e la più bella del loro anno; quindi, per tutti era inspiegabile che passasse il tempo con una come Gwen. E proprio per questo non poteva tirarsi indietro se Aster aveva bisogno di aiuto.

«Arriva al punto... cosa devo fare?»

«Nulla di troppo complicato! Devi intrufolarti nel Palazzo delle Streghe e infilare questo tra i registri.» Estrasse un foglio con il timbro del duca. «Ho rubato il timbro a mio padre; manca solo che quelli dell'amministrazione lancino il loro incantesimo per suggellare l'esistenza della mia congrega di fronte alla Triplice Dea, e il gioco è fatto! Sarò vincolata a un incantesimo che mi impedirà di prendere marito o moglie!» rivelò in modo conciso e rapido, quasi senza prendere fiato.

«Sei un genio del male! Dovevi nascere orco, secondo me!» Gwen afferrò la carta per verificarne la credibilità: era perfetta.

«Genio e orco non possono coesistere nella stessa frase» rise Aster, con un ghigno malvagio.

Gwen fece spallucce; non apprezzava molto gli stereotipi sulle altre razze, ma era inutile discutere con Aster su quell'argomento.

«Bene. Ti consiglio di andare al Palazzo alle sette del mattino, è a quell'ora che aprono.» Aster si tolse il mantello viola che aveva indossato fino a quel momento. «Indossa questo quando sarai lì; l'ho incantato per te, e durerà un'ora. Basta allacciarlo al collo, e svanirai nel nulla.»

Gwen prese il mantello e lo esaminò con attenzione, ma sembrava un normale pezzo di stoffa.

«Non provare a metterlo adesso! L'ora inizierà appena lo allacci al collo.»

«Non lo stavo mettendo, stavo solo guardando!» sbuffò Gwen, alzando gli occhi al cielo. «Comunque potevi darmi almeno un'ora in più!»

«Non è un incantesimo semplice! E poi ci sono delle regole da rispettare in questa città; sai bene che una cosa del genere non è molto legale.»

Gwen mandò giù il groppo in gola. Aveva sempre cercato la tranquillità nella sua vita, e ora la sua migliore amica la stava spingendo a infrangere la legge. Doveva volerle davvero molto bene.

«Tu mi chiedi tanto, Aster.»

«Fai come ti dico, e sarà un gioco da ragazzi!»

Gwen sospirò un'ultima volta, rassegnata alla possibilità di finire per mesi nella prigione magica di Valle Notturna, un luogo che le aveva sempre messo i brividi. «Cosa non si fa per gli amici, eh?»

Aster saltò oltre il tavolo e la strinse come un boa. «Ti sono debitrice, cara.» Le diede un bacio sulla guancia. «Ora è meglio che vada, altrimenti mio padre inizierà a sospettare!» Con un semplice gesto della mano e un incantesimo sussurrato, tirò fuori un altro mantello, di un blu scuro che si intonava ai suoi capelli turchini. «A presto!» Aprì la porta serrata della locanda e scomparve nel buio della cittadina.

«Buonanotte!» Gwen non fece in tempo a ricambiare il saluto che Aster era già svanita. «In che pasticcio mi sono cacciata stavolta!» sospirò, poi si lasciò scivolare sulla panca accanto al tavolo.

L'indomani Gwen venne svegliata prima del previsto. Le prime luci del mattino erano ancora grigie, con sfumature di azzurro slavato, e la sua stanza era ancora abbastanza buia da permetterle di continuare a dormire. L'unico problema era il continuo rumore di stivali che marciavano sulla terra umida; doveva aver piovuto quella notte. Il suo sonno venne definitivamente interrotto da colpi pesanti alla porta di casa, tanto che le pareti parvero tremare.

«Ma che succede...?» si stropicciò gli occhi e si mise seduta sul letto. Poco dopo, suo padre entrò correndo in camera, stavolta senza preoccuparsi della sua privacy. «Tesoro, ci sono delle guardie fuori casa, vogliono parlare con te.»

Gwen sentì il sangue gelarsi nelle vene per un attimo. Avevano già scoperto il piano di Aster? «Accidenti, sapevo che non potevo fidarmi delle sue idee...» sospirò, alzandosi dal letto e indossando la sua vestaglia con ricami dorati.

«In che senso, Gwen? Cos'avete combinato?» chiese il padre, preoccupato, sudando nervosamente. Gwen era sempre stata una ragazza educata e rispettosa della legge, e lui non capiva perché dei soldati fossero alla porta di casa.

«Stai tranquillo, papà, ci penso io.»

La ragazza scese le scale della mansarda, salutando la madre, che si trovava nel salottino a mordicchiarsi le unghie e fissare un punto nel vuoto. «Gwen?»

«Risolvo tutto in un attimo.» La giovane strega aprì la porta, sforzandosi di sembrare sicura di sé, mentre in realtà era terribilmente preoccupata di finire nelle prigioni magiche per aver collaborato con quella pazza di Aster.

«Buongiorno, signori. Come mai bussate alla mia porta?» sfoderò un sorriso tirato, nel tentativo di convincerli della sua innocenza, ma i soldati rimasero impassibili. Erano stregoni d'attacco, addestrati nell'uso delle armi magiche per difendere e sorvegliare Lunamezza senza scrupoli; non si sarebbero fatti abbindolare facilmente.

«Dov'eravate ieri notte, all'ora della civetta?» chiese il soldato davanti, un uomo con numerosi riconoscimenti ricamati sulla giacca, dal fare serio e impostato.

«Ero... alla locanda come ogni sera, perché?» La sua voce tradiva un filo d'incertezza. Non aveva ancora mentito, quindi era tutto in regola. «Possono testimoniarlo i miei genitori!» disse, voltandosi verso il padre e la madre, che spiavano la conversazione poco più dietro.

«Sono io a fare le domande qui!» Il soldato sembrava infastidito dalla sua risposta. «La signorina Aster è stata avvistata verso quell'ora alla sua locanda, lo nega?»

Ecco il punto, pensò Gwen. Aveva capito fin dall'inizio che c'entrava la sua amica, e non poteva negare i fatti senza peggiorare la situazione.

«Sì, è venuta a farmi visita...» ammise, mentre il padre sembrava sul punto di avere un infarto.

«Allora deve venire con noi. Subito.» Il soldato la trascinò fuori casa con forza, senza lasciarle nemmeno il tempo di indossare qualcosa di più adatto.

«Voi non potete trattarmi così! Non ho fatto niente!» Provò a dimenarsi, ma la presa dei soldati era troppo forte per liberarsi. Si voltò verso i genitori, rimasti sul ciglio della porta, con occhi mesti di chi vorrebbe aiutare ma sa che contro la legge non può nulla.

«Tranquilli! Tornerò presto!» urlò mentre i suoi genitori si facevano sempre più piccoli e lontani.

«Sarà il duca a deciderlo» ribatté il solito soldato scorbutico.

Quindi era stato proprio il padre di Aster a farla portare via. Le sembrava una reazione esagerata per il loro stupido piano. In fondo non avevano ancora fatto nulla di illegale, e questa sarebbe stata la sua carta vincente.

La portarono alla Casa della Giustizia, dove i criminali venivano giudicati da una corte composta dai maggiori esponenti delle razze magiche e non, ma la sala era totalmente vuota. Proseguirono oltre e salirono al piano superiore, dove si trovavano gli uffici dei funzionari.

«Qui dentro.» Le diedero una spinta per farla entrare, e si posizionarono a guardia davanti alla porta.

La stanza era un comune ufficio pieno di scartoffie volanti, accumulate probabilmente per decenni. Le tende semitrasparenti erano chiuse, smorzando i colori. Al centro della stanza sedeva il Duca Lunarossa, padre di Aster e, da generazioni, governatore di Lunamezza. Si diceva che la sua famiglia appartenesse a una nobile stirpe di stregoni puri e che un suo antenato avesse sconfitto Mordrak. Era un uomo tutto d'un pezzo, uno dei più potenti stregoni in vita, ma in quel momento sembrava uscito da una nottataccia. Aveva occhiaie profonde che cerchiavano gli occhi come un bersaglio, le sclere arrossate e secche, e i capelli più sfatti dei suoi. Cosa poteva aver passato quell'uomo?

«Oh, ciao Gwen... Prego, siediti pure...» sembrava distratto, quasi non si fosse reso conto del suo arrivo. «Mi dispiace per i modi e per l'orario, ma non avevo scelta» si stropicciò gli occhi e si portò i capelli brizzolati all'indietro.

«Non vi preoccupate... duca» accennò un sorriso imbarazzato. «Se posso... Perché sono qui?»

«Quindi non sai davvero nulla?» domandò, incredulo, come se lei dovesse sapere ogni cosa. «Aster è sparita.»

Gwen ebbe un sussulto. «Sparita? Cosa vuol dire sparita?!»

Cos'aveva combinato stavolta quella dannata strega?

«Ieri è uscita all'ora della civetta, furiosa con me. Così l'ho fatta seguire per evitare che combinasse qualche guaio. Ma quando l'hanno vista dirigersi verso la vostra locanda, l'hanno lasciata stare. Quando però è uscita per tornare a casa, a un certo punto hanno perso le sue tracce, come se fosse svanita nel nulla» Il duca muoveva le gambe nervosamente, incapace di mantenere la compostezza.

Gwen, pur sollevata di non essere stata chiamata lì per essere incarcerata per qualcosa che non aveva ancora fatto, si rese conto che qualcosa di molto peggiore era accaduto.

«Com'è possibile che sia scomparsa? Deve aver lasciato tracce di magia! E poi, dove sarebbe andata?!» la sua voce si incrinò; stava parlando al duca, ma la sua migliore amica era svanita nel nulla.

«Non abbiamo trovato nulla. Stiamo perlustrando tutta la città alla ricerca di qualche indizio. Tu non sai nulla di dove possa essere andata?»

«Perché dovrei saperlo?»

«Sei l'ultima che l'ha vista, e sicuramente ti avrà detto quali erano i suoi piani per evitare il matrimonio.»

Un uomo furbo, pensò Gwen. Conosceva fin troppo bene le mosse della figlia e non si sarebbe lasciato ingannare facilmente. Ma se nemmeno lui sapeva dove fosse, forse Aster era davvero nei guai.

«Non mi ha detto nulla, davvero! Non voleva scappare. A modo suo voleva affrontare la situazione...»

«Allora è peggio del previsto! Dobbiamo subito organizzare una squadra di ricerca, prima che sia troppo tardi,» Il duca si alzò di scatto, guardandosi freneticamente intorno, come se si fosse dimenticato della presenza di Gwen.

«Troppo tardi per cosa?!» anche lei si alzò, trascinata dal fermento dell'uomo.

«Troppo tardi per salvarla.» Aprì la porta facendo sobbalzare il soldato scorbutico che la sorvegliava e fece cenno di essere seguito.

Salvare Aster? Cosa intendeva il duca? Il timore che le nascondessero qualcosa la invadeva come un fiume in piena.

Lasciata la Casa della Giustizia, Gwen si diresse verso la locanda, dove sperava di tranquillizzare i genitori e spiegare la situazione.

«Oh, cara! Sono felice che tu stia bene! Ero così in pensiero!» La madre la strinse a sé, mentre il padre cercava di captare la conversazione mentre serviva ai tavoli. «Ma mi dispiace per la tua amica... cosa pensi di fare?»

«Non posso abbandonarla, devo aiutarla.»

«Ma tu... i tuoi poteri...» replicò esitante la madre.

«Lo so, mamma. Sarò anche una pessima strega, ma non posso tirarmi indietro. Lei non lo farebbe.» Nei suoi occhi brillavano sottili lacrime trattenute.

«Segui il tuo cuore, amore. Qui ci pensiamo noi.» La madre sistemò le vesti un po' sgualcite della figlia e le diede una spinta affettuosa. «Vai ora, e non preoccuparti per tuo padre, ci penso io a lui.»

Gwen rispose con un sorriso commosso e la baciò sulla guancia. Salutò anche il padre, che la osservava da lontano mentre trasportava piatti e bicchieri come un pazzo, e lui ricambiò con un simpatico occhiolino. Anche se non sapeva ancora dove fosse diretta, Gwen era sicura che suo padre l'avrebbe incoraggiata, proprio come aveva fatto la madre. Non avrebbe potuto desiderare una famiglia migliore. Non aveva mai voluto saperne nulla dei suoi "veri" genitori, era sempre stata felice con quello che aveva. Suo padre era un umano semplice come gli altri, con la passione della cucina per far star bene gli altri, mentre la madre era stata una strega con un buon potenziale, ma non aveva continuato gli studi per seguire il sogno dell'amore della sua vita, aprire una locanda, dove, guarda caso, era stata lasciata la piccola Gwen appena nata. Girava voce che le streghe di scarso talento avessero origini miste, ma Gwen non dava peso a quelle chiacchiere. A lei non importava essere una maga "pura" o meno.

Passò rapidamente a casa per cambiarsi, non poteva continuare a girare in vestaglia per la città. Indossò uno dei vestiti preferiti di Aster, uno che non metteva mai perché lo trovava troppo appariscente per il suo carattere riservato. Era un abito verde smeraldo, stretto in vita e largo sui fianchi, con maniche a sbuffo, che Aster diceva risaltassero i suoi capelli ramati. Gwen non si sentiva completamente a suo agio, ma sperava che Aster, quando l'avrebbe ritrovata, fosse contenta di vederla così. Prese poi il mantello che Aster le aveva lasciato, odorava ancora di rose fresche. Lo indossò, ricordandosi però di non allacciarlo per evitare di attivare il potere racchiuso nell'incantesimo.

Ritornò sulla via della locanda, dove sembrava che le tracce di Aster si fossero perse. Probabilmente un incantesimo di localizzazione poteva aiutare, ma la formula le sfuggiva e poi sicuramente il duca aveva già tentato quell'approccio senza successo.

«Pensa, Gwen, pensa... Cosa può essere successo quella notte?» Gwen aveva visto l'amica entrare in locanda, parlare con lei e poi uscire senza problemi. Che cosa stava tralasciando?

Poi, ricordò l'ultima cosa che le aveva detto: le raccomandazioni sul mantello, e subito dopo... aveva tirato fuori un secondo mantello, uno scuro come il cielo di mezzanotte! Ed ecco la risposta, Aster non era sparita nel nulla; aveva usato un secondo mantello magico. Probabilmente, aveva capito che il padre la sorvegliava e aveva allacciato quel mantello per sparire!

Ma se non era tornata subito a casa... dove poteva essere andata?

Improvvisamente, il mantello di Gwen iniziò a solleticarle la pelle, serpeggiando come mosso da un vento inesistente. Che stava succedendo? Cercò di toglierselo, ma il mantello, con una volontà propria, si allacciò da solo intorno al suo collo, e all'istante Gwen fu trasportata in un mondo invisibile. Tutto appariva diverso, riusciva a vedere la magia che animava ogni creatura. Maghi, streghe, elfi e goblin lasciavano al loro passaggio scie luminose, ciascuna con forme e colori propri. La magia delle streghe, ad esempio, sembrava composta da piccole farfalle caotiche, mentre quella dei goblin si manifestava come una serie di rane che saltellavano. Evidentemente, Aster aveva infuso un incantesimo potente sui loro mantelli, molto più che un semplice sortilegio di invisibilità.

Gwen si guardò intorno, incantata. Ma la cosa più sorprendente apparve proprio accanto a lei, impronte magiche! Erano le tracce degli stivali di Aster. Li riconosceva perfettamente erano sempre gli stessi, comprati dal suo calzolaio di fiducia. Gwen si fermò un attimo a riflettere. Doveva avvertire il duca della sua scoperta o continuare la ricerca da sola? Il padre di lei era molto preoccupato, ma Gwem stessa non sapeva se questa "scomparsa" fosse una fuga proprio dal suo matrimonio o qualcosa di peggio. Inoltre, il potere del mantello sarebbe svanito in meno di un'ora.

Decise di seguire le impronte dell'amica. All'inizio puntavano verso casa, ma poi c'era una deviazione, come se Aster si fosse resa conto di essere spiata. Le tracce svoltarono a sinistra, in un vicolo buio e angusto. C'era solo una vecchia lanterna appesa sopra una porta malconcia, e proprio lì, le impronte di Aster sparivano.

«Oh, porca miseria, Aster! Cos'hai combinato?»

Gwen non era adatta per missioni segrete e già le tremavano le gambe solo al pensiero di entrare in quel posto inquietante. Non ricordava nemmeno di averlo mai visto prima, nonostante avesse girato il Borgo Nuvolafina in lungo e in largo. Bussò piano alla porta, che si aprì immediatamente. Era sempre stata aperta, ma ora si rendeva conto che sembrava proprio forzata.

Con il cuore in gola, Gwen entrò in punta di piedi. Si ritrovò in un piccolo corridoio che conduceva a una stanza principale. L'ambiente era soffocante, con scaffali colmi di libri e pergamene di ogni tipo, e sulle pareti c'erano simboli misti di cultura magica e profana. Era una libreria sincretica, vietata da almeno cinquant'anni: il vecchio Duca di Lunamezza pensava che fomentassero l'eresia e l'adorazione di divinità pericolose. Come aveva fatto Aster a finire in un posto del genere?

La libreria era completamente a soqquadro, come se fosse stata investita da una tempesta. Le impronte di Aster, prima decise, diventavano confuse, come se avesse lottato contro qualcuno. Chiunque le avesse fatto del male, sapeva usare la magia in modo eccellente, perché non aveva lasciato alcuna traccia visibile col mantello, o forse era un umano.

«Qui si mette veramente male...» mormorò Gwen.

I segni della lotta si estendevano in tutta la stanza, fino a che le tracce non svanivano nel nulla. Un fruscio di pagine accartocciate attirò la sua attenzione da una libreria alle sue spalle. Qualcuno era lì. Doveva affrontare la minaccia o usare il mantello per scoprire chi si nascondeva? Optò per la seconda opzione e, facendo attenzione a non calpestare i libri sparsi per terra, sbirciò oltre uno scaffale.

Ci fu un urlo, anzi, due. Gwen si ritrovò faccia a faccia con un lungo muso e cadde per terra, scivolando su una pagina aperta di un libro. «Ahi...» si massaggiò il fondoschiena.

«Chi va là?! Mostrati, vigliacco!» tuonò una voce.

Gwen si sfilò il mantello, realizzando che la minaccia non esisteva, era Oisin Asalòir, figlio del barone, inconfondibile con la sua enorme e terribile maschera da asino.

«Calmati, sono solo Gwen, la migliore amica di Aster» si spolverò le vesti e si alzò con uno slancio.

«Gwen? La strega a metà?»

«Sì... proprio io...» rispose, trattenendo un'espressione irritata.

«E cosa ci fa una come te qui?!» chiese lui, visibilmente tra lo stupito e il disgustato.

«E secondo te? Cerco la mia amica! Diciamo che non sei certo il più sveglio della famiglia...» rispose lei, non riuscendo a trattenersi. Le parole erano certamente audaci, considerando che parlava al figlio del barone, ma lui l'aveva proprio irritata. «La vera domanda è... cosa ci fai tu qui? E come ci sei arrivato?!»

«Sono stato chiamato dal duca in persona per salvare la mia futura sposa!» non poteva essere visto in viso, ma aveva di sicuro un'espressione fin troppo seria.

«Ma guarda un po'...» ridacchiò Gwen.

«Cosa?»

«Pensa che se non fosse per quello stupido matrimonio, non saremmo qui a cercarla come dei pazzi!» chiuse gli occhi stropicciandosi la faccia.

L'asino esitò un attimo prima di rispondere, sapeva fosse la verità, ma non poteva darla vinta ad un'inutile strega. «Non mi importa delle tue farneticazioni. Se devi parlare ancora, almeno renditi utile.»

Gwen sentì una scarica risalirgli dallo stomaco, ma evitò di peggiorare la situazione, voleva solo pensare a trovare Aster. «Non mi hai risposto. Come hai trovato questo posto?»

«Ho seguito l'odore.»

«L'odore?»

«L'odore. Mia madre è una mutaforma.»

«E quindi anche tu...?»

«No, ma ho ereditato alcune caratteristiche della sua parte animale.»

Gwen era sorpresa, non aveva mai visto un misto così perfetto tra due razze. «Ottimo. Io invece ho usato questo mantello, me l'ha dato lei prima di sparire. Ancora non capisco come mi abbia portato fin qui.» Gli porse il mantello affinché lo annusasse, sebbene non fosse una scena piacevole, soprattutto con quell'orrenda maschera da asino. I paladini dovevano indossare maschere per evitare che nemici in cerca di vendetta riconoscessero i loro volti, ma la sua era davvero ridicola.

Oisin annusò il mantello come un lupo affamato.

«Allora?» lo esortò Gwen.

«Percepisco delle tracce magiche deboli, forse sue. Devo sbrigarmi prima che svaniscano.» Senza dire altro, le diede una leggera spallata per superarla e dirigersi all'uscita con il mantello.

«Devi?! Tu non vai da nessuna parte senza di me!»

Gwen gli urlò dietro inseguendolo, ma prima di uscire notò un dettaglio che prima gli era sfuggito. C'era un libro, un unico libro chiuso per terra, non poteva essere una coincidenza. Lo raccolse. Il titolo era "L'Apocalisse del Nuovo Dio," e il suo contenuto le fece gelare il sangue. L'autore aveva firmato il volume in elfico antico, che Gwen non sapeva leggere. Tuttavia, un testo in evidenza recitava:

Il sangue ribelle verrà versato

e il nuovo dio sarà consacrato.

Nelle spoglie morali per troppo è giaciuto,

e per lunghi anni i suoi figli hanno taciuto.

Ma l'indugio è terminato

quando il cielo di fuoco ha brillato.

La libagione è iniziata.

La pagina era segnata da un orecchione e macchie di sangue nero che emanavano un odore di marcio. La visione fu sufficiente per capire che il duca aveva ragione: un potere oscuro stava mettendo radici a Lunamezza. Orchi. Si doveva fare attenzione a creature come quelle, spregevoli e meschine divoratrici di uomini senza pietà. Si narrava di un tempo in cui vivevano civilmente con il resto delle persone, fino al tradimento di Mordrak e alla guerra. Gwen doveva correre, avvisare Oisin prima che si mettesse nei guai. Il marcio era in città, e quella libreria ne era la prova. Non doveva essere stata una cosa architettata da un giorno all'altro, ma ci doveva essere un piano o uno schema che la loro fazione stava seguendo.

Si voltò di scatto, ma Oisin era già lontano, annusando il selciato senza il minimo riguardo per la discrezione. «Oisin, aspetta! Stupido asino, ascoltami!» La ignorò bellamente continuando per la sua strada. Stava per svoltare in una via secondaria.

La strega lo stava rincorrendo come una pazza in preda ad una crisi, fino a quando si stufò e perse del tutto le staffe. «Ti ho detto di fermarti!» la sua voce si diffuse come amplificata da un incantesimo, facendo voltare le poche persone che si trovavano nelle vicinanze. Oisin, colto alla sprovvista, cadde per terra come un sacco di patate.

«Cosa gli hai fatto?» «Ma sei impazzita?!» «Qualcuno chiami aiuto!»

«No, no! Scusatemi, è il mio fratellino... non voleva ascoltarmi. Ci penso io adesso» rispose Gwen, ridendo nervosamente, in preda al panico. Cosa aveva appena fatto? Per un istante era stata travolta da un potere che non aveva mai sentito prima. Era davvero stata lei a immobilizzare quell'umano come se nulla fosse? Si chinò preoccupata accanto a lui, temendo che si fosse ferito, anche se fino a poco prima non lo sopportava.

«Tutto a posto? Ti sei fatto male?» chiese con apprensione.

«Cosa mi hai fatto?! Non riesco a muovermi! Liberami subito!» sbraitò lui, furioso. Come dargli torto? Anche se, a ben pensarci, si meritava quella lezione per non aver ascoltato Gwen.

«Io... non lo so. Non ho fatto nulla, nessun incantesimo» rispose, scrollando le spalle. Non aveva la minima idea di come fosse accaduto. A malapena riusciva a lanciare un incantesimo di protezione per la locanda.

«Ti ho detto di liberarmi!» cercò di dimenarsi, ma i suoi muscoli erano completamente immobilizzati dal collo in giù. Gwen, pur non sapendo come spezzare quell'incantesimo, decise di approfittarne, ora doveva per forza ascoltarla.

«Ascoltami. Ti libererò, ma prima devi sentire quello che ho da dire.» La strega gli raccontò ciò che aveva visto e recitò la poesia che, stranamente, le era rimasta impressa come fuoco.

«Non può essere vero... Ma perché avrebbero dovuto rapire proprio Aster?»

«Abbassa la voce! Non dobbiamo attirare l'attenzione dei passanti» si guardò intorno, notando che molti si erano fermati a osservare la strana scena sul marciapiede. «Comunque penso sia legato al fatto che sia la figlia del duca... e quindi...» si fermò a riflettere.

«E quindi cosa?!»

«Il sangue ribelle verrà versato... Non capisci?!»

«No, davvero, non capisco...»

«Il sangue di chi ha sconfitto Mordrak!» sussurrò a denti stretti, sudando freddo.

«Calma, calma. È inutile trarre conclusioni affrettate. Prima seguiamo la pista e vediamo dove porta.»

«Non capisci! Dobbiamo stare attenti! Se Aster fosse prigioniera degli orchi, dovremmo preoccuparci seriamente dei loro modi di agire.»

Gwen posò le mani su una spalla di lui ed entrambi furono attraversati da una scarica elettrica. Oisin sobbalzò e l'incantesimo si spezzò in un istante. La strega si sentì invasa da una sensazione di benessere, come se si fosse appena svegliata da un sonno profondo. Cercò di nascondere il suo stupore, fingendo di aver spezzato l'incantesimo intenzionalmente, anche se continuava a non capire cosa le stesse succedendo.

«Finalmente! Ce ne hai messo di tempo!» sbottò lui, stirandosi i muscoli intorpiditi e dando una spinta per rimettersi in piedi. Se solo avesse saputo che era stato tutto un caso... «Comunque sì, faremo attenzione. Stai serena, strega.»

Gwen notò che non l'aveva chiamata "mezza strega", un passo avanti per rendere funzionale la loro alleanza temporanea.

«Tu mi copri le spalle, e io le guardo a te. Intesi?» gli tese la mano.

«Abbiamo un patto, allora» rispose lui, stringendole la mano con decisione. «Ma ora, andiamo.»

Proseguirono per le vie della contea, seguendo l'incredibile fiuto del ragazzo asino. Ogni tanto, quando sollevava il muso dal terreno, scambiavano qualche parola. Gwen scoprì che nemmeno lui desiderava davvero quel matrimonio combinato dai loro genitori. Non voleva sposare una ricca sconosciuta, ma desiderava seguire le orme del suo antenato e diventare un eroe. Aveva approfittato di quella missione per entrare nel vivo del conflitto. Gwen trovava ironico che fosse proprio lei ad esserne coinvolta.

«Beh, speriamo di uscirne vivi, così diventerai paladino ufficiale» gli sorrise sinceramente.

«Ovviamente torneremo! Sei sempre così esagerata...» sbuffò lui, facendo uscire l'aria dai buchi della maschera.

«Ma se ci conosciamo da poco più di un'ora!»

Risero entrambi, dimenticandosi per un attimo della loro missione. Avevano proprio bisogno di un momento di leggerezza. Poi, improvvisamente, Oisin tese le orecchie e, senza pensarci due volte, svoltò in una strada laterale. «Seguimi! Da questa parte» accelerò il passo, trasformandosi quasi in un cavallo per quanto era veloce. Girò a destra, poi proseguì dritto per duecento metri, ancora a sinistra, e infine tutto dritto fino alle mura. «Eccoci qua, siamo arrivati.» Si fermò davanti a una sezione di muro che divideva la contea dalla natura selvaggia. «È qui che il suo odore si interrompe.»

«Ma, Oisin... qui non c'è nulla...»

Era una via abbandonata, con case diroccate risalenti alla guerra dell'oscurità; erano annerite, quasi come se un incendio le avesse devastate. Gwen si fermò ad osservare il vicolo, sentendo l'eco della paura e del dolore che avevano afflitto gli abitanti di quei luoghi. La sua inquietudine cresceva. Forse affrontare gli orchi frontalmente era troppo rischioso... Ma allo stesso tempo non poteva permettere che facessero del male alla sua amica. Avrebbe sacrificato tutto pur di rivederla sana e salva alla sua locanda.

«Gwen, vieni! Ho trovato qualcosa!»

Schivò le macerie e tornò al muro, dove Oisin la attendeva. «Dove ti eri cacciata?» chiese lui, un po' infastidito.

«Mi guardavo intorno... è terribile qui...»

«E non hai visto il peggio...»

«Che intendi?»

«Avvicinati.»

Gwen si avvicinò lentamente, e lui le prese delicatamente la mano. Il tocco era incredibilmente dolce per uno abituato a impugnare armi. Le guidò la mano fino al muro, che sembrò deformarsi, come risucchiandola. Istintivamente si ritrasse, spaventata.

«Ma che...? Cosa hai fatto?» chiese, osservandosi la mano, tornata normale.

«C'è qualcosa qui. Se ti avvicini senza fare attenzione, non noti nulla, ma se fai piano, come ti ho mostrato, si apre un passaggio.»

Gwen inclinò la testa, incuriosita. Si riavvicinò, seguendo le indicazioni di Oisin. «Hai ragione... Non sei poi così stupido.»

«Ho dei sentimenti anch'io, vedi!»

«Fai silenzio un attimo!» La strega accostò l'orecchio al muro e chiuse gli occhi, concentrandosi su ciò che percepiva. «Sento un fruscio... il vento che sferza le foglie degli alberi.»

Oisin imitò la sua posizione e sollevò leggermente la maschera per ascoltare anche lui. Lunghi capelli grigiastri uscirono fuori, simili al manto di un animale selvatico.

«È vero, lo sento anch'io.»

«Dev'essere un portale, ma è severamente vietato aprirne uno in città. Com'è possibile che nessuno se ne sia accorto?» mormorò Gwen, mentre faceva scomparire un braccio intero oltre il muro.«Credo ci sia sotto qualcosa di più... Qualcuno di potente deve averne coperto le tracce...»«Allora il marciume è radicato più in profondità di quanto pensassimo...»

Erano entrambi spaventati. Dei giovani, forse poco esperti, ma avevano il coraggio e la speranza dalla loro parte, insieme a un pizzico di testardaggine.

«Dobbiamo entrare» disse Oisin cercando lo sguardo di Gwen. Lei fece un cenno con la testa e gli prese la mano per stringerla.

«Al mio tre. Uno... due... tre!»

Attraversarono lentamente il portale con le mani strette in un legame di forza reciproca, come una vera squadra.

Oltrepassato il muro, si trovarono in una foresta fitta e buia; sembrava già notte. Dei corvi svolazzavano tra i rami, osservandoli come se fossero il prossimo pasto, una carcassa fresca da spolpare. Le piante erano spinose e insidiose, si attaccavano ai vestiti e graffiavano la pelle. Gwen si pentì di aver indossato un vestito con le gambe scoperte. «Ahi! Che male!»

«Fa' piano, non sappiamo dove siamo finiti, anche se un'idea ce l'avrei.»

«Non fare il misterioso, parla chiaro! Aioh!» continuava a essere tormentata dalle spine.

«Questo luogo è noto come 'il cammino della morte', pochi sono riusciti a uscirne vivi e nessuno illeso. È la Foresta dei Sussurri.»

«Oh, perfetto! La Foresta dei Sussurri! Non poteva essere la Foresta dei Dolci e delle Caramelle? Con una bella casetta di marzapane magari...»

Oisin allungò un braccio e le tappò la bocca per fermare i suoi sproloqui, portando un dito sulle labbra a segnalare silenzio. Poi indicò un tronco abbattuto poco più a sinistra, in cui si catapultarono per nascondersi. L'asino aveva sentito il rumore di un ramo spezzato, provocato da un passo pesante, ma il parlottare di Gwen non gli aveva permesso di cogliere la direzione esatta.

Si strinsero in un abbraccio imbarazzante, non c'era modo di nascondersi lì dietro stando comodi, così si coprirono di foglie per mimetizzarsi meglio. Oisin avrebbe voluto dire a Gwen di lanciare un incantesimo per celare la loro presenza, ma non poteva parlare in quel momento, per fortuna della ragazza.

I passi pesanti si avvicinarono, accompagnati dal clangore metallico di una mazza chiodata contro un'armatura.

«Ti dico che ho sentito qualcuno, Orgash! Non sono pazzo, schifoso verme!»

«Idiota! Nessuno può trovarci qui! L'elfo ci ha nascosti bene da quegli stupidi» sputò a terra con disprezzo. «Anche se ci mettessimo a bere birra con le chiappe al vento, non se ne accorgerebbero» grugnirono, come maiali inferociti.

Le loro voci erano gutturali, come rocce che si frantumano. Grezzi e maleodoranti di muffa, erano orchi al servizio del mago nero. Oisin era in tensione; stringeva la spada con forza, e le sue nocche sembravano voler sfondare il sottile strato di pelle che le ricopriva. Gwen, incollata a lui, sentiva i suoi muscoli tesi, pronto a scattare, ma non era il momento di farlo. Dovevano evitare lo scontro frontale a tutti i costi. Lei era praticamente inutile, e lui solo un apprendista contro due orchi, i primi di una probabile legione. Gwen gli strinse ancora la mano, appoggiando il mento sulla sua spalla per calmarlo, comunicandogli col corpo che non era il momento di lasciarsi prendere dalle emozioni.

Lui allentò la presa e attesero in silenzio, finché i passi sulle foglie secche si fecero sempre più lontani, fino a scomparire del tutto.

Sembrava che fossero rimasti in apnea per un'eternità, ma finalmente erano liberi di continuare la loro ricerca.

«Ci è mancato poco. Per un attimo ho pensato ci scoprissero» disse Oisin mentre si toglieva delle foglie dalla maschera.

«Siamo una bella squadra, dopotutto» Gwen sorrise timidamente, con le gote lievemente arrossate.

«Può darsi, ma finora abbiamo avuto solo fortuna.» Non aveva tutti i torti, ma Gwen si aspettava un po' più di positività, il realismo non era proprio quello di cui aveva bisogno. Il suo sorriso si spense, trasformandosi in una smorfia forzata mentre distoglieva lo sguardo da lui, che la fissava confuso.

«Guarda. Di là sembra esserci un sentiero. Dovrà pur portare da qualche parte.»

«Sì, credo abbia senso.»

Il Cammino della Morte era proprio come lo descrivevano le ballate. Echi indistinti parevano provenire dalle profondità oscure tra gli alberi, coperti di ragnatele. Di tanto in tanto, un'ombra fugace si muoveva al limite della vista, immersa in una nebbia sempre più fitta. Misteriosi simboli intagliati nella corteccia degli alberi riecheggiavano quelli visti nella Libreria Sincretica, a conferma che erano sulla strada giusta. Procedevano con cautela e in silenzio, evitando ogni rischio di essere scoperti.

Avanzando lungo il sentiero, avvertivano una crescente sensazione di essere osservati, come se occhi invisibili li seguissero in ogni movimento. La foresta pareva dotata di vita propria, respirava lentamente, come in attesa di rubare le loro anime. Oisin scattò verso sinistra, sollevando la spada contro il nulla. Gwen sussultò, trattenendo un urletto.

«Ma che ti passa per la testa?!» lo rimproverò ansante.

«Mi... dispiace. Ero convinto di aver visto qualcosa avvicinarsi» rispose il ragazzo, visibilmente turbato e convinto di quello che credeva di aver visto.

«Questa foresta è sempre più inquietante...» mormorò Gwen, accovacciandosi accanto allo spadaccino, che stava ancora a terra. «Se guardo lontano, sembra non ci sia una via d'uscita, però il sentiero è semplice da seguire e finora non ci è accaduto nulla di davvero spaventoso. E se ci fosse un trucco?» inclinò la testa per cambiare prospettiva e poggiò una mano sul terreno, cercando di percepirne la magia.

Era questione di concentrazione. Aveva seguito qualche lezione come strega verde, ma non era mai riuscita nemmeno a far sbocciare una margherita. Eppure, in quel momento, sentiva una sorta di connessione. Chiuse gli occhi e lasciò che il respiro si accordasse ai battiti del cuore, rallentando fino a divenire impercettibile. Adesso era il rumore delle foglie e dei rami secchi a dominare l'aria, e percepiva la terra soffocare, quasi in cerca di luce.

Capiva ora quali punti del sentiero erano stati calpestati più volte e dove i rovi crescevano stentatamente. Riaprì gli occhi, ora luminosi di luce bianca.

«Gwen... cos'hai?»

«Seguimi.»

Si era trasformata in un faro verso la strada giusta, guidata dalle percezioni della terra. Era sicura come mai prima di allora, guidata dal puro istinto. Non c'era stato bisogno di parole o di incantesimi, solo il contatto con l'energia del posto.

«Ma sei sicura di quello che stai facendo?» domandò Oisin, preoccupato dal bagliore innaturale nei suoi occhi.

«Devi fidarti e... alza la spada!» Il tono di Gwen si fece improvvisamente spaventato.

«Cosa?!»

Oisin reagì con qualche secondo di ritardo, riuscendo appena in tempo a trafiggere un enorme ragno che si stava calando su di loro dall'alto. La sua maschera fu spruzzata di sangue giallastro, che andò a coprire le fessure per la vista e la respirazione. Fu costretto a sfilarsela, rivelando un volto dai tratti marcati, con zigomi alti, una fronte stretta, e una criniera di capelli grigi. I suoi occhi erano freddi come il ghiaccio e i suoi canini sorprendentemente affilati, quasi troppo per un comune umano; ma la cosa più strana erano le grandi orecchie da lupo grigio che spuntavano ai lati della testa.

Gli occhi di Gwen persero la loro luminosità e con essa la sincronia con la terra. Era sbalordita non aveva mai visto una creatura simile.

«Chi sei tu?»

«Ti sembra il momento?! Non mi sembrano affatto amichevoli!» rispose lei, mentre altri ragni scendevano dai rami intricati degli alberi.

«Corri!» gridò Gwen, seguendo il sentiero che le si era disegnato in mente.

Era impossibile contare quegli enormi ragni dalle zampe pelose, troppi per fermarsi a combattere. Dovevano trovare un riparo. Oisin, stringendo la spada con le mani sudate, lanciava colpi rapidi e precisi per respingere i ragni che si avvicinavano minacciosi. Ogni fendente sibilava nell'aria, seguito da un disgustoso schiocco quando colpiva il corpo duro degli aracnidi.

«Ci siamo quasi, resisti!» lo incoraggiò Gwen, con le gambe che ormai bruciavano per la corsa.

Oisin continuava a difendere sé stesso e l'amica con fendenti volanti, ma i suoi movimenti si facevano sempre più lenti.

«Gwen! Non... non ce la faccio più!»

«A sinistra!» ordinò lei.

Seguendo le sue indicazioni, tra gli alberi comparve una grande magione scura.

«Eccola, è lì!» gridò Gwen.

Si lanciarono in uno sprint finale verso l'entrata della casa e, senza accorgersene, lasciarono i ragni alle spalle. Questi rallentarono, poi si fermarono e infine tornarono indietro, come se persino loro fossero riluttanti a oltrepassare quel punto.

«Gwen...» ansimava Oisin, «si sono fermati.»

Gwen si voltò a controllare, anche lei notò che i ragni stavano sparendo nella foresta.

«Ce l'abbiamo fatta!» disse, piegandosi in avanti con le mani sulle ginocchia, cercando di riprendere fiato.

«Sì...» ridacchiò Oisin, incredulo. «Ce l'abbiamo fatta!» allungò una mano verso di lei per batterle il cinque. «Forse hai ragione, non siamo poi così male.»

Gwen gli sorrise. Quel grande problema si stava trasformando in un'avventura. Le farfalle nello stomaco le facevano quasi amare quella scarica di adrenalina, e la sensazione di vittoria iniziava a diventare un piacere a cui si sarebbe abituata volentieri.

«Non trovi strano che non ci sia nessuno a guardia della magione?» chiese Oisin, scrutando la facciata della casa.

«Effettivamente è strano... forse sono occupati altrove» rispose Gwen, pur consapevole che la sua fosse un'ipotesi debole.

«Di solito è prioritario difendere l'ingresso, non trovi?» aggiunse Oisin, con la solita aria da "so tutto io".

«Lo so! Hai un'idea migliore?»

«Mmmh» lui si fermò a riflettere. Era il caso di entrare? Oppure avrebbero dovuto cercare un altro accesso? «Sai, forse dovremmo semplicemente entrare» disse infine.

«Cosa ti fa pensare che non ci stiano aspettando proprio dietro a questa porta?»

«Anzi ti direi, sono certo che sappiano che siamo qui. Ci stanno praticamente invitando.»

«E noi dovremmo assecondarli?»

«Abbiamo scelta?» concluse lui.

In effetti, non avevano molte alternative. Gwen percepiva un'energia magica, debole ma riconoscibile, era l'amica che cercavano. Dovevano essere più astuti del nemico, trovare i suoi punti deboli e sfruttarli. Oisin si era dimostrato più intelligente di quanto pensasse, forse poteva davvero fidarsi di lui in caso di necessità. Si scambiarono un cenno d'intesa.

«Allora andiamo» disse Gwen.

Girò il pomello, e la porta cigolò aprendosi. La vista che li accolse all'interno fu inquietante: panche di legno verdognolo, piene di buchi di tarme e ricoperte di muffa. Ai lati, i muri erano adornati da stendardi scarlatti e neri, decorati con la spirale di spine, l'emblema di Mordrak. In fondo alla sala c'era un'abside, dominata da un altare insanguinato, che impregnava l'aria dell'odore ferroso di sangue ancora fresco.

«Che cos'è questo?» domandò Oisin, portandosi una mano alla bocca per non vomitare.

«È esattamente quello che sembra... un altare sacrificale,» rispose Gwen. Era impallidita alla vista del sangue e soprattutto al pensiero di chi potesse appartenere. In un attimo si sentì invasa da un'ondata di gelo, trasformando la paura in apatia. Avanzò lentamente verso il fondo della cappella, il fango che le colava dai polpacci e le ragnatele ancora impigliate nei capelli testimoniavano la sua discesa, come la convinzione che quel sangue non appartenesse all'amica. Salì i gradini che portavano all'altare, seguita da Oisin, ma i suoi occhi erano fissi sul piatto al centro.

Su di esso c'era una mano, amputata di netto senza alcuna cura per le giunture. Un pezzo di radio sporgeva dal braccio, e nervi e muscoli scoperti gocciolavano sangue fresco. Le dita, delicate e affusolate, erano ancora tese come se avessero cercato disperatamente di liberarsi. Quella mano poteva essere appartenuta solo a una strega di nobile lignaggio.

«Malefici bastardi! Cos'avete fatto!» Le gambe le cedettero, e cadde in ginocchio, lasciando andare le paure e le preoccupazioni che aveva provato a tenere a bada. Le lacrime le offuscarono la vista e il pensiero. Non avrebbe dovuto urlare in quel modo, ma era così disperata che si dimenticò di dove si trovasse.

Oisin le si avvicinò e, sedendosi accanto a lei sugli scalini, la avvolse in un abbraccio. «Gwen, riprenditi! Non puoi arrenderti!»

Lei non accennava a fermarsi e appoggiò il viso contro il petto dell'amico, inzuppandogli la casacca beige di lacrime. «Lo so, è terribile... anche per me... ma ehi! È solo una mano, non vuol dire che sia perduta per sempre!» cercava di tranquillizzarla, accarezzandole i capelli, anche se nemmeno lui era sicuro delle sue parole. Era solo una speranza, ma era tutto ciò che avevano.

I respiri affannati di Gwen si fecero più lenti, e le lacrime si fermarono. Si asciugò le guance col dorso della mano. «Hai ragione, ragazzo lupo... non possiamo arrenderci così.» La voce le si spezzava ancora, ma sentiva riaffiorare un po' di forza. «Vogliono solo spaventarci...» si allontanò da lui per guardarlo negli occhi.

«E ci sono riusciti. Ma noi andiamo avanti, va bene?» disse lui, con un tono rassicurante che si addiceva a un paladino.

Gwen annuì, e insieme si alzarono per procedere nella stanza successiva. Andò avanti lui, deciso a proteggere Gwen, benché le sue stesse gambe tremassero per ciò che avevano appena visto. Con un calcio spalancò una porta di legno che quasi crollò, rivelando un nuovo orrore.

Un lungo corridoio insanguinato si estendeva davanti a loro. A terra, pezzi di cadaveri sparsi, come viscere, occhi e braccia, tutti mordicchiati e lasciati a marcire. Gwen si coprì il naso per proteggersi dal tanfo nauseante.

«Perché mai gli orchi avrebbero fatto una cosa simile?» si chiese Oisin.

«Una volta vivevano in pace con le altre razze... com'è possibile che siano diventati così folli per seguire un leader dalle promesse assurde?» la strega, già turbata, venne assalita dai brividi.

«Gwen, ascoltami. Non devi guardare se non te la senti... ci penso io a difenderti!» provò a mostrarsi coraggioso, ma un leggero balbettio tradiva il suo nervosismo.

«Non ti lascio da solo ad affrontare tutto questo. Siamo una squadra, ricordi?» rispose lei, sforzandosi di sorridere.

«Però... per qualsiasi cosa, fermami» disse lui.

«Promesso.»

Si addentrarono nel corridoio, formato da un intricato labirinto di passaggi. In certi punti comparivano porte, per lo più sigillate, murate o che conducevano a vicoli ciechi. Procedevano a tentoni, sentendo di girare sempre in tondo, senza alcuna certezza su cosa li attendesse alla fine del percorso.

«Ma quel piede non l'abbiamo già visto?» chiese Gwen, osservando con una smorfia.

«Ehm... non saprei... forse? Ho visto tanti piedi in questi corridoi» rispose Oisin, poco convinto.

«No, me lo ricordo bene... è un piede davvero piccolo...» insistette lei.

Con riluttanza, Oisin guardò di nuovo. «Accidenti, hai ragione... stiamo girando in tondo come degli idioti!»

«Forse è come nella foresta... ci concentriamo solo sulla cosa più ovvia da fare.»

«Non puoi usare di nuovo la tua magia per trovare la strada?» domandò lui.

«Purtroppo non funziona così... sembra fare un po' quello che vuole» disse Gwen, grattandosi la testa imbarazzata. «Pensiamoci su...»

Rallentarono il passo, cercando di osservare il loro percorso da un'altra prospettiva. Eppure, alla fine, si ritrovarono di nuovo davanti a quel minuscolo piede.

«Per gli dèi! Non è possibile! Le porte non servono a nulla, i corridoi nemmeno... cosa dovremmo fare, tornare indietro?!» sbottò Oisin, frustrato.

A Gwen venne un'idea e si fermò, fissando il ragazzo con un lampo negli occhi. «Hai ragione, ragazzo lupo, non abbiamo provato una cosa!»

«Cosa?» chiese lui, disperato.

Gwen lo afferrò per mano con un ghigno soddisfatto. Poi, voltandosi, lo trascinò con sé, correndo sopra la distesa di sangue e cadaveri che scricchiolava e sgusciava sotto i loro passi. «Sei un genio e nemmeno lo sai, Oisin!»

Finalmente i corridoi cominciarono a cambiare. Di fronte a loro si aprì un percorso nuovo, una spirale che sfidava le leggi della gravità. Alla fine di quel tortuoso cammino, una luce intensa li accecò per un istante. Davanti a loro si stagliava uno stanzone immenso, simile a un antico magazzino. Erano arrivati a destinazione.

In alto, appesa a una struttura in legno, c'era una gabbia. Dentro, Aster penzolava a testa in giù, legata per i piedi; dal braccio mozzato colava il sangue. Il cuore dei due ragazzi ebbe un sussulto, Aster era svenuta, ma il respiro le sollevava il petto. Era viva.

«Aster! Sono io, Gwen! Sono venuta a portarti a casa!» gridò, sperando di risvegliarla, ma la ragazza rimase immobile, troppo debole per reagire.

«Come facciamo a tirarla giù?» chiese Oisin, cercando con lo sguardo un meccanismo che li potesse aiutare. Ma prima che potessero fare altro, qualcosa comparve alle loro spalle, afferrando i due ragazzi e disarmando Oisin con violenza. Un fetore inconfondibile li colpì subito, degli orchi, sbucati dal nulla, li tenevano immobilizzati come belve.

«Fermi! No!» gridò Gwen, dibattendosi, ma gli orchi erano troppo forti. «Oisin!» lo chiamò, cercando il suo aiuto, ma tre orchi lo bloccarono a terra e iniziarono a colpirlo allo stomaco con calci brutali.

«No!» urlò la strega, in lacrime, sopraffatta dai sensi di colpa. Se solo avesse avvertito subito il duca... o se avesse insistito con Aster per sapere di più sul suo piano... Si sentiva responsabile per la sofferenza del suo nuovo compagno. «Vi prego... lasciatelo stare!» supplicò, mentre tentava con tutte le sue forze di liberarsi. La sua resistenza non fece altro che irritare gli orchi, che le serrarono i polsi e i fianchi con maggiore forza, affondando le unghie affilate nella sua carne.

Fu allora che un'ombra si stagliò davanti a loro. La figura, avvolta in un mantello nero, portava un cappello appuntito che gli copriva metà del volto, lasciando scoperta una pelle pallida come quella di un cadavere.

«Basta così, luride bestie!» ordinò con voce glaciale. «Li voglio vivi... almeno per ora.»

Gwen, accecata dalla rabbia, riuscì a spingersi oltre il terrore che le serrava il petto. «Maledetto! Sei tu il responsabile di tutto questo! Liberaci subito, oppure...»

«Oppure cosa, piccola strega inutile?» la interruppe lui con un sorriso sprezzante. «Credi forse che non sappia chi sei?»

Gwen si ammutolì, sorpresa. Non si aspettava che conoscesse la sua identità... non era mai stata nessuno.

«So tutto di te» continuò, quasi divertito. «Mi sono documentato per bene, sai? Avevo una biblioteca ben fornita, fino a poco fa!» ghignò, come se ridesse delle sue stesse parole.

«Quindi sei proprio tu... maledetto!» rispose Gwen, guardando disperata verso Aster, con le lacrime ancora agli occhi.

«Hai sentito quello che ho detto? Perché pensi solo alla tua insignificante amica?» domandò con un tono sprezzante.

«Che cosa intendi dire?» chiese Gwen, stringendo i pugni.

«È un vero insulto offrire un essere così stupido al mio signore, ma farò ciò che è necessario per riportarlo tra noi!» continuò con un ghigno crudele.

Gwen non capiva. Che cosa c'entrava lei con tutto questo?

«Fratelli! Oggi è un grande giorno!» esclamò, alzando il braccio. Tutti gli orchi si eccitarono, battendo i piedi a terra; ormai erano una cinquantina. «Con il sacrificio del sangue dei ribelli e un nuovo contenitore adatto, il nostro oscuro generale potrà tornare a guidarci verso una nuova era!»

Gwen sentì un brivido lungo la schiena. «Sono io... il nuovo contenitore?» pensò ad alta voce.

«Non dovrete più temere il giudizio di chi non comprende e ha paura del potere; saremo liberi!» Gli orchi risposero con grugniti, ringhi e urla che riecheggiarono nell'aria putrida del magazzino, facendo rimbombare l'odore di marciume fino a lei.

«Portateli in posizione!» ordinò.

Oisin venne trascinato dagli orchi. «Gwen! Aiuto!» gridò disperato.

«Oisin! No, Oisin!» Gwen provò ad allungare un braccio verso di lui, ma non poté fare nulla per impedirlo. Poco dopo lo vide sospeso in alto, rinchiuso in una gabbia accanto ad Aster, che intanto stava diventando sempre più pallida.

«Vi supplico, basta, lasciateci andare...» mormorò Gwen, la sua voce era spezzata dall'angoscia.

«Tranquilla, piccola. Presto finirà tutto» le rispose lui con una calma che suonava sinistra e soddisfatta.

Gwen odiava sentire quel tono sereno, mentre lui godeva del loro dolore.

«Portatela al centro» comandò ancora.

Gwen venne trascinata sotto le gabbie dei suoi amici immobilizzati. Oisin non si muoveva più; dovevano avergli colpito la testa per impedirgli di ribellarsi. Un rivolo di sangue gli scendeva dalla fronte.

«Ora tutto è pronto per il nostro signore. Tenetela ben ferma finché non ve lo dirò io.»

Era la fine per loro tre. Due erano ormai inermi, e Gwen, pur essendo ancora cosciente, era completamente impossibilitata a fare alcunché. Era stata un'avventura breve, ma intensa. Gwen non aveva mai provato così tante emozioni in un solo giorno. Aveva scoperto la bellezza di avere dei compagni, conosciuto la paura più profonda e spaventosa, e aveva capito di avere una forza che non credeva di possedere, anche se non era bastata. Aveva accettato di morire, pronta a lasciare questo mondo felice per quello che aveva vissuto. Ma non sopportava l'idea di vedere i suoi amici morire davanti a lei, impotente.

Il rituale iniziò, e il sacerdote ammantato abbassò il cappuccio. Era un elfo, ma non uno qualunque, era un elfo oscuro. Discendeva da coloro che avevano servito Mordrak nella grande guerra, per poi abbandonarlo poco prima della sconfitta e fingersi pentiti. Alcuni, tuttavia, non avevano mai smesso di adorare quell'essere viscido come un dio, e quest'elfo ne era l'esempio perfetto.

«Il sangue avverso è stato versato... l'erede del mutaforma Mórghal il peccatore e di Gormdraoi lo stregone crudele... due dei quattro ribelli...» disse, con una voce che trasudava malizia.

L'elfo oscuro aveva manipolato la storia della guerra a suo piacimento. I veri ribelli non erano stati loro, ma i seguaci di Mordrak, e Mórghal era conosciuto come l'Impavido, mentre Gormdraoi era chiamato lo Stregone Gioviale. Gwen sapeva che erano tutte bugie.

«E infine, l'usurpatrice nata sotto il cielo rubino, colei destinata a riportare in vita il nostro generale. Creatrice, come lui è stato Creatore!»

«Cosa?!» esclamò Gwen incredula. Lei, una Creatrice? Non riusciva nemmeno a far funzionare l'incantesimo più semplice... Eppure, improvvisamente, molti aspetti della sua vita sembravano acquisire senso. Aveva sempre trovato difficile percepire chiaramente la magia che scorreva durante gli incantesimi. Sentiva solo un calore che iniziava a bruciare, per poi svanire nel nulla. Ma da quando aveva intrapreso il cammino per salvare Aster, il suo potere si era risvegliato, sfuggendole a ogni controllo. Doveva essere stata la vicinanza al culto di Mordrak a risvegliare quel potere dentro di lei. Era qualcosa di troppo grande per Gwen, stentava a credere a ciò che stesse accadendo.

Il sacerdote iniziò a recitare parole in un elfico antico e incomprensibili, mentre gli orchi intonavano un canto profondo che faceva vibrare le pareti. Il corpo dei due ragazzi sospesi in alto si illuminò di venature viola, che si irradiavano verso Gwen. Al segnale dell'elfo, gli orchi la lasciarono andare, e il suo corpo iniziò a fluttuare, salendo fino a raggiungere i suoi amici in gabbia. La loro energia stava per essere trasferita a lei, che iniziò a urlare di dolore. Sentiva ogni poro della pelle bruciare, come se si stesse lentamente sciogliendo per dare vita a qualcosa di nuovo. La sua vista era offuscata da una luce intensa, tra il viola e il rosso, ma riusciva a intravedere Oisin e Aster, prosciugati, mentre la sua mente si offuscava, confusa e disorientata.

«Perdonatemi...» pensò, mentre la luce veniva sostituita dall'oscurità.

Quando riaprì gli occhi, si trovava in un'immensa stanza bianca, senza pareti e senza fine. Sembrava poter camminare per sempre, senza mai raggiungere alcun confine.

«Dove mi trovo?» domandò ad alta voce, ma la sua voce risuonava come un'eco. «Sono morta?»

«Morta? Tu non puoi morire.»

Dietro di lei apparve un uomo alto, dal fisico robusto ma flessuoso. I suoi capelli erano argentei, e gli occhi, neri come un abisso. Indossava una tunica bianca semplice, simile alla sua.

«Sei... tu, vero?» mormorò Gwen, inorridita.

«Vuoi dire noi. Ora siamo una cosa sola, e ti ringrazio per avermi riportato alla vita.»

«No... ti sbagli. Non ti lascerò prendere il mio corpo!» Gwen cercò di spingerlo via, ma si rese conto che erano entrambi intangibili.

«Non puoi fare più nulla. Ciò che stai vivendo ora non è reale, è solo un riflesso della tua coscienza.»

«Ci deve essere un modo...» Tentò di correre, ma rimaneva immobile sul posto, come in un incubo.

«Arrenditi, bambina. Non puoi fare nulla contro di me, non ne hai le capacità.»

«Perché mi fai questo?!» urlò, ma un'insolita sensazione di calma la pervase, contro ogni sua volontà.

«Non ti sto facendo nulla. Tu sei nata per questo. Conosci la leggenda dei Creatori?» iniziava a girarle intorno come uno squalo. «Ogni mille anni, uno di loro nasce a Lunamezza, e io sono stato l'ultimo... fino a quando sei nata tu, proprio come diceva la profezia.»

«Quale profezia? Voi siete tutti folli... malati...» Gwen scuoteva la testa, incapace di fidarsi di lui o di quelle parole.

«Il mio regno non può essere distrutto da semplici maghi, o da umani o qualunque altra cosa. Nulla può fermarmi; anche gli dèi lo sanno.»

Gwen pensò che stesse delirando, convinta che quelle fossero solo vaneggiamenti di un pazzo megalomane.

«Non devi preoccuparti» aggiunse lui, con un sorriso spaventosamente dolce, «tu rimarrai qui con me per sempre, mentre io trasformerò la contea e poi l'intero continente nel mio dominio. Andrà tutto bene.»

"Andrà tutto bene..." aveva detto. Gwen rabbrividì a quelle parole. Sapeva che nulla sarebbe andato bene, e che i suoi amici stavano morendo mentre lei, incosciente, discuteva con un folle. Ma una rabbia profonda si stava facendo strada dentro di lei, riuscendo a spezzare la stretta di quell'innaturale calma che le impediva di reagire.

«Nulla andrà bene! Sei solo un pazzo maniaco del controllo! Prima della tua ribellione, tutti vivevano in pace, persino gli orchi! Poi sei arrivato tu a distruggere tutto, e centinaia di innocenti sono morti per colpa tua!» La sua rabbia risuonò per tutta la stanza di luce, provocando piccole fratture nella realtà.

«Tu non sai niente, insolente!» l'uomo le tirò uno schiaffo che Gwen sentì come un colpo reale, facendola cadere a terra. «Non c'eri quando morivamo di fame, quando non eravamo liberi nemmeno di nutrirci!»

«Abbiamo imparato a convivere con gli umani! Non possiamo ucciderli come fossero bestiame!» rispose Gwen, alzandosi.

«Ma è quello che sono! Non capisci? Ci servono se vogliamo mantenere le forze e usare la magia!»

«Non c'è bisogno di ucciderli!» gridò lei, con il cuore che le martellava nel petto. «Abbiamo imparato ad aspettare, a vivere senza distruggere! Nessuno deve morire inutilmente!»

«Mangiare i cadaveri è un disonore peggiore che uccidere! Gli dèi vi puniranno, e sarò io a inaugurare una nuova era, dove tutti saranno liberi di vivere come credono, mentre gli umani torneranno al loro scopo primordiale: nutrimento!»

Gli occhi di Gwen ardevano di determinazione. Pensava a suo padre, a Oisin, a tutti gli umani che aveva conosciuto. Alcuni erano odiosi, insopportabili persino, ma tanti altri erano stati gentili, sinceri con lei. Non poteva permettere che qualcuno decidesse la loro sorte. Si rifiutava di rinunciare alla loro vita, e a ciò che meritavano, la possibilità di esistere. Si rialzò in piedi, affrontando il colosso davanti a lei. Non aveva più paura; sapeva cosa doveva fare.

«Tu non meriti nemmeno di respirare la stessa aria del nostro popolo!» dichiarò Gwen, mentre il suo corpo cominciava a infiammarsi di fiamme bluastre, che purificavano il male senza bruciare. «Ti proclami l'arma degli dèi, ma non sei altro che un piccolo stregone a cui è stato concesso un potere troppo grande! Torna da dove sei venuto, Mordrak!»

Con queste parole, lo strinse in un abbraccio ardente, avvolgendolo in fiamme pure che iniziavano a consumare la sua carne eterea. Ora era lui a gridare di dolore, a implorare pietà, ma Gwen non si fermò. Lo teneva stretto, guardandolo sciogliersi e scomparire dalla sua mente per sempre.

La realtà cominciò a sgretolarsi intorno a lei. Ce l'aveva fatta. Si lasciò cadere nell'abisso profondo del suo inconscio, riemergendo come se avesse dormito tutto il tempo. Quando riaprì gli occhi, non era più nella grande magione dell'elfo, ma su una delle spalle di Oisin, che la trasportava con fatica. Sull'altra portava Aster, ancora pallida ma viva, con il braccio tamponato con una fasciatura di fortuna fatta di stracci della sua casacca. La ragazza aveva perso tanto sangue, ma era ancora lì, il suo respiro era lieve come un torrente secco che si faceva strada tra le pietre.

«Ehi, ragazzo lupo, mettimi giù» disse Gwen, dandogli un colpetto sulla schiena.

«Gwen?! Sei sveglia? Stai bene?» le chiese Oisin, lasciandola scivolare a terra tra le foglie secche della foresta.

«Sì, sto bene. Tu? Cos'è successo all'elfo?»

«Non ricordi nulla?»

«No...» Gwen abbassò lo sguardo. Non poteva spiegargli che la sua coscienza era stata intrappolata dall'anima di Mordrak.

«Beh, io ho visto ben poco all'inizio. Ero in una gabbia, appeso a testa in giù. Poi ti ho vista levitare con gli occhi rovesciati. Ti chiamavo, ma tremavi e sussurravi parole in una lingua sconosciuta. Poi, c'è stata un'esplosione. Ma era... strana, come controllata.»

«Cosa intendi per controllata?»

«L'edificio è esploso, ma le macerie sono rimaste sospese finché non sono riuscito a portare via te e Aster. Poi sono crollate, schiacciando gli orchi rimasti. Sei stata tu, vero? Come hai fatto?»

«Io... non lo so...» la testa le girava troppo per poter dare una risposta chiara.

«D'accordo, me lo racconterai strada facendo, va bene?» disse Oisin, con gentilezza.

Lei rispose con un cenno e un sorriso. Dopo tutto, era felice, aveva portato a termine la missione più importante della sua vita, salvando la sua migliore amica e sventando una guerra che i seguaci di Mordrak volevano riaccendere. Da quel giorno, sapeva che la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Aveva molte domande e desiderava capire cosa significasse davvero essere una Creatrice, e perché proprio lei. Ma, adesso, aveva un nuovo amico su cui contare e una squadra che iniziava a prendere forma.

«Secondo te, cosa succederà quando riporteremo Aster a suo padre?» chiese a Oisin, mentre si avvicinavano al portale che avevano attraversato qualche ora prima.

«Non lo so, ma sono sicuro che questo sia solo l'inizio di qualcosa di molto più grande.»

Gwen gli prese la mano e insieme attraversarono il portale per tornare alla contea.

Quando Aster si risvegliò, era debole ma si stava riprendendo. Raccontò di essere stata ingannata dall'elfo nella biblioteca, attratta dai suoi studi. Lui l'aveva poi stordita e rapita, e da quel momento non ricordava più nulla. Ringraziò Gwen infinite volte per averla salvata, rimanendo anche sconvolta nell'apprendere che era stata aiutata dal suo ex promesso sposo.

Il duca ascoltò attentamente il racconto dei ragazzi e ordinò alle guardie di setacciare ogni angolo della città. Era profondamente scosso, soprattutto alla vista del braccio della figlia, privato della mano destra. Colmo di sensi di colpa, annullò la richiesta di matrimonio, liberando i due giovani da ogni vincolo.

L'unica cosa che Gwen e Aster decisero di non raccontare al duca fu la vera essenza di Gwen. Aster le suggerì di non dire a nessuno che fosse una Creatrice, almeno finché non avrebbe imparato a controllare i suoi poteri; era troppo rischioso. Gwen accettò, ma non voleva che i loro viaggi e avventure finissero lì. Formarono una vera squadra, un gruppo di cacciatori di orchi corrotti, determinati a sradicare ogni male ancora nascosto, e così cominciò un nuovo, magico capitolo delle loro vite.


Illustrazione di Claudia Spampinato aka @lume.cinereo

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