PALLIDA PAURA
- Claudia Cinerea

- 31 ott 2024
- Tempo di lettura: 15 min

Il casale era nella campagna aperta, in mezzo al nulla, dove d’estate l’orizzonte era coperto da girasoli roventi e d’inverno regalava cavoli freschi per zuppe nauseabonde. Il primo vicino di casa era a cinque minuti di macchina; era più facile incontrare volpi ladre di polli e fagiani sghignazzanti. Qualcosa nell’aria era diversa quella notte d’estate. Pioveva a dirotto dal pomeriggio e i fiori sembravano essersi seccati nel giro di poche ore. L’imbrunire aveva spento il cielo, ingiallito dalla sabbia trasportata dalla tempesta. Non pioveva da mesi ormai, ma adesso il cielo non smetteva di tuonare. Dalle finestre, gli spifferi muovevano le tende, mentre i lamenti del vento sussurravano agli alberi dei frutteti danzanti.
«Che tempaccio, eh?» disse la mamma mentre chiudeva la serranda della cameretta. «Hai paura del temporale, caro?» chiese al figlio, che stringeva il suo panda di peluche tra le braccia. «Non proprio…» In verità, era molto spaventato, ma non era quella la cosa che più lo preoccupava. «Mamma, hai controllato sotto il letto e dentro l’armadio?»
«Sì, caro, l’ho già fatto due volte.»
«E sul tetto?»
«Non c’è nulla lì su, puoi vederlo con i tuoi occhi.» Era vero quello che diceva la madre al piccolo Elia, non c’era nessuno nella sua cameretta e, finché sarebbe rimasta illuminata, per il bambino sarebbe stato così. «È ora della nanna, piccolo mio.» Si avvicinò al bambino per rimboccargli un’ultima volta le coperte. «Stai tranquillo, per qualsiasi cosa sono nella stanza accanto con il tuo fratellino.» Gli baciò la piccola fronte riccia e si accostò alla porta. «E poi, finché avrai Pan pronto a proteggerti, non devi temere nulla.» La sua mano scivolò sull’interruttore per lasciare la camera al buio. Elia adesso vedeva solo il contorno della madre, illuminata in controluce come un’eclissi solare. «Non devi avere paura del buio, piccolo. Ricordati che se i mostri esistessero davvero, non avrebbero bisogno di nascondersi nel buio.» Alla mamma sembrava una frase sensata da dire al figlioletto spaventato, ma non fece altro che aggravare la sua ansia. Per il piccolo significava solamente: “Nemmeno nella luce sei al sicuro.” La madre chiuse lentamente la porta, mentre Elia si nutriva del chiarore del corridoio fino all’ultimo istante, quando venne definitivamente serrata. Adesso era solo. Venne subito assalito dal terrore e si strinse al suo panda in cerca di conforto. “Finché ci sarà Pan, tutto andrà bene!” si ripeteva, cercando di calmare il respiro affannato. Non riusciva però a smettere di guardarsi intorno; doveva assicurarsi che nessuno fosse nell’abisso della cameretta a osservarlo. I suoi occhi si stavano abituando al buio, riuscendo a intravedere i contorni delle cose. Vedeva i suoi libri sugli scaffali della libreria, che poggiavano sul suo T-rex radiocomandato; sul tappeto c’erano ancora dei mattoncini da costruzione sparsi qua e là, che aveva dimenticato di sistemare. Ma la cosa che gli faceva più paura era la lucina rossa della TV a tubo catodico che aveva su un mobiletto di fronte a lui. Durante il giorno non ci faceva nemmeno caso a quel puntino rosso, mentre di notte gli sembrava prendere vita. Era un occhio cattivo, maligno, che lo scrutava, pronto a prendere forma di un mostro e divorarlo. Aveva i brividi al solo pensiero, ma Pan lo avrebbe protetto da ogni cosa; la mamma glielo aveva assicurato. «Non ho paura di te, stupida televisione!» Ebbe un impeto di coraggio, anche se era più un autoconvincimento, e infilò la testa sotto le coperte, lasciando giusto un piccolo spazio per un po’ d’aria fresca. «Così non può passare nessuna mano di un mostro!» si disse, mentre stringeva Pan tra le sue braccia. Il peluche era molto vecchio e rovinato. Il suo pelo bianco si era ingrigito con il tempo e gli svariati giri in lavatrice lo avevano reso una massa informe di cotone, ma Elia lo amava così com’era. Sua madre glielo aveva regalato per consolarlo dopo il suo primo vaccino, e da allora non lo aveva mai più lasciato. «Buonanotte, Pan.» Con un mezzo sorriso chiuse gli occhi pesanti, lasciandosi trasportare dal cupo silenzio del sonno.
«Elia… Elia… Sveglia!»
Un fulmine cadde nel campo a pochi metri dal casale di campagna. Lame di luce passarono attraverso le piccole fessure della serranda, che, come una raffica di vento, tagliarono l’aria della stanza, accompagnate da un rombo di tuono così forte che sembrava di essere dentro la tempesta. E così era. Con un sussulto, il bambino si svegliò dal sonno che si era conquistato con tanta fatica. Aveva le palpitazioni e il suo respiro era alternato da momenti in cui era spezzato dall’ansia, e altri in cui sembrava quello di qualcuno appena uscito da una maratona. Ed era puro terrore. Stava sudando freddo, in preda al panico. Non era sicuro di cosa avesse udito. Gli era parso di sentire chiamare il suo nome mentre sognava, ma non ne era del tutto sicuro, soprattutto dopo il boato di prima. «Pan? Dove sei?» Cercò subito di appigliarsi alla sua ancora, prima di sprofondare nel terrore. Un altro fendente di luce tagliò la stanza, mostrando a Elia la posizione del suo panda. Il peluche era come seduto ai piedi del letto, e fissava il piccolo. Non se n’era mai accorto prima, ma il muso ricamato del panda aveva un sorrisetto soddisfatto, che sembrava voler dire qualcosa. Tuttavia, il bambino non si soffermò troppo su quel dettaglio insolito; preferì prenderlo per una morbida zampa e tirarlo a sé.
«Come ci sei finito lì? Lo sai che non ce la faccio da solo!» Le sue parole suonavano come un rimprovero, ma era più un trattenere le lacrime per lo spavento. «Su, torniamo a dormire, è tardi.»
Il bambino venne nuovamente inghiottito dal lenzuolo appesantito da una coperta di pile, quella notte era insolitamente fredda per essere agosto, a prescindere dalla pioggia. Poco dopo il bambino si lasciò coccolare dal suono della pioggia che andava calmandosi, e tornò a nuotare nell’oscuro mare del sonno, ripetendosi: «Manca poco alla fine della notte.»
Il tempo del riposo del bambino, però, fu fin troppo esiguo.
«Ahi!» Elia era stato svegliato da una leggera botta dritta sulla fronte, accompagnata da un lieve suono sordo. «Ma cosa…» Il bambino aprì gli occhi, ma erano impastati, e la stanza ora gli sembrava ancora più confusa. Faticava persino a distinguere quel poco che prima riusciva a vedere. Mosse le mani, come farebbe un cieco lontano dal suo bastone, cercando di afferrare il suo amato peluche, ma Pan non era più al suo fianco.
Il fiato tornò a spezzarsi. Il bambino aveva la sensazione di soffocare in mezzo a quel buio profondo. «Pan? Pan! Dove sei finito?» Elia tremava al solo pensiero che Pan fosse caduto dal letto, lontano da lui, come se fosse perso per sempre. «Ho paura!» frignò il piccolo. «Ma non posso svegliare la mamma, non posso! Sono grande ormai!» continuava a ripetersi, mentre le lacrime gli bagnavano il pigiama.
Si strofinò gli occhi nel tentativo di bloccare le lacrime, ma ricevette un’altra botta, stavolta sulla nuca, che lo fece sobbalzare leggermente in avanti. «Chi c’è?» chiese tremante, mentre si raggomitolava nascondendo la testa tra le lenzuola.
La tempesta parve peggiorare: raffiche di pioggia e vento tornarono a infuriare contro le finestre. Un nuovo fulmine cadde tra i campi, silenzioso e rapido come il morso letale di una serpe, e la sua luce mostrò ancora una volta il peluche del panda ai piedi del letto, sorridente più di prima.
«Pan?»
La luce del fulmine sembrò congelarsi insieme al tempo. La pioggia aveva smesso di battere e il vento di ululare alla luna, nascosta tra i neri nuvoloni. La stanza era illuminata da raggi freddi che tagliavano Pan a metà, facendo risaltare perfettamente il suo paffuto muso.
«PrEnDiMi» sembrò dire Pan, mentre veniva tirato giù, sotto il letto. Ma non poteva essere lui a parlare. Quella voce era profonda e dura, ma anche acuta e spigolosa. Era di donna, ma anche di uomo. Era così familiare a Elia da sentirsi attratto, ma allo stesso tempo così inverosimile da raggelargli il sangue.
Il tempo tornò a scorrere, ma non come prima. Era veloce, troppo veloce. I suoni si mescolavano tra loro in un frastuono che sembrava far sanguinare i piccoli timpani del bambino, anzi, stavano davvero sanguinando. La finestra si era aperta, sbattendo ritmicamente le ante, seguendo una metrica che faceva:
.--. .- ..- .-. .-
Alcuni suoni erano forti come una mazza sulle orecchie, mentre altri lunghi come un animale in agonia. Nel frattempo, quella voce deforme era tornata e chiamava il bambino da sotto il letto sempre con più forza e furia, tanto che sembrava scosso da un terremoto.
«Se NoN vErRaI tU, vUoL dIrE cHe VeRrÒ iO!» la voce ondeggiò come il mare in tempesta e il bambino era la barca. Dai lati del letto si allungarono delle lunghe braccia nere e venose con delle mani che sembravano dei pallidi rami di un albero incendiato. Si muoveva come se le sue ossa si scomponessero a ogni torsione, aggiungendo un’altra melodia al frastuono nella stanza. Il bambino stava urlando, ma non usciva alcun suono dalla sua gola aperta nella disperazione, mentre il sangue iniziava a scendergli anche dal naso. Come un Kraken, le braccia oblunghe avvinghiarono il letto insieme al bambino che non riusciva più a liberarsi dalla sua stretta. La vista di Elia si fece buia e nebbiosa, ma riuscì a vedere la grande testa pallida albeggiava dal letto. Aveva un sorriso gengivale sdentato, grande come la bocca di un serpente che si allargava sempre di più per trascinare il letto nelle sue abissali viscere. I suoi occhi erano neri e affossati, e delle spirali di carne marcia si contorcevano al suo interno. Fu l’ultima cosa che vide, prima di sprofondare nel buio più totale. Non fece male, anzi, fu come liberarsi da una lunga agonia, come dormire dopo un lungo allenamento. Si lasciò andare al silenzio della mente. Ma fu solo una mera illusione.
Dal sonno si svegliò con le punte dei piedi che sbordavano dal cornicione della finestra di un grattacielo, uno di quelli che non aveva mai visto nella sua campagna. Stavolta il bambino non aveva gridato, ma sentiva il cuore che gli risaliva in gola. Devi brividi gli percorrevano i piedi e le mani, come se dei vermi gli strisciassero sotto la cute. Istintivamente spiattellò le mani indietro per tenersi alla finestra chiusa dietro di lui. Lentamente, provò a girarsi su sé stesso, un piede alla volta, muovendo accuratamente prima il tallone e poi la punta, lasciandola sbattere l’alluce contro la traversa inferiore della finestra. Sentiva le gambe molli e ogni volta che per sbaglio il suo sguardo finiva per guardare in basso, la testa gli girava come in una giostra, dandogli la sensazione di poter cadere da un momento all’altro, e così era veramente. Elia aveva una guancia premuta contro il vetro mentre cercava aiuto, ma la finestra non faceva altro che riflettere sé stesso e il cielo immobile tra i palazzi grigi.
«Qualcuno mi aiuti, per favore!» implorava il bambino bagnando il vetro di lacrime.
Ma apparve lui, come un fulmine tra i campi. Il mostro pallido era guancia a guancia con Elia che vedeva i suoi occhi bui scrutarlo nel profondo, leggere i suoi timori e le suoi insicurezze. Erano attimi che al bambino parvero più lunghi della sua intera vita, che comunque non era stata così lunga. Quindi fu come vedere tutto a rallentatore e il piccolo non poté evitare di sussultare e cadere giù dal palazzo. Furono pochi secondi. Elia vedeva i palazzi attorno a sé allungarsi come un treno in corsa. Era tutto sbiadito, ma poteva sentire i suoi capelli tirati all’insù dall’aria, però non aveva freddo, in verità non sentiva nemmeno la pressione dell’aria, sentiva sola la sensazione incessante di vuoto che gli strangolava la gola come un filo di nylon. Il cemento della strada era sempre più vicino, anche se a volte pareva allontanarsi, ma il bambino lo sapeva, che di lì a poco, sarebbe tornato il buio. E dopo un tonfo, le luci si spensero.
Elia aprì gli occhi, febbrile, con il cuore fuori dal petto mentre la sua maglia grondava di sudore.
«Sono a casa?! Era soltanto un incubo?!»
La pioggia fuori batteva ancora forte, con i soliti rombi che scandivano il ritmo della tempesta. Tutto era come sempre era stato. I rigagnoli di sangue non erano mai esistiti e Pan… Pan era ancora ai piedi del letto. Il bambino l’aveva visto fin da subito, ma forse il suo cervello voleva negarlo in un primo momento.
«Pan? Sei tu?» Il panda non sorrideva più come aveva fatto prima, ma era comunque così strano che si trovasse ancora una volta esattamente lì. Elia si paralizzò, soffermandosi a riflettere su cosa sarebbe stato giusto fare. Era meglio tornare a dormire? Oppure doveva prima tirare a sé quel dannato peluche che stava solo peggiorando la sua situazione?
«Non posso abbandonarlo… è mio amico…» Il bambino prese coraggio, convincendosi che nulla lo avrebbe potuto più spaventare dopo l’incubo passato, ma nella realtà dei fatti era ancora terrorizzato da qualunque cosa si nascondesse dell’oscurità. Però voleva bene al suo panda, e non l’avrebbe lasciato lì tutto solo a prendere freddo. Si diede una spinta e finì in ginocchio e poi a gattoni, ma lo sbalzo fece muove il materasso eccessivamente, e Pan cadde per terra, come era successo nel suo terribile incubo.
«Pan, no!» La voce del bambino era già pronta per scoppiare in un altro pianto, mentre il suo piccolo labbro faceva su e giù. «Arrivo Pan! Aspettami!»
L’adrenalina gli faceva sentire la vena sul collo pulsare, mentre contraeva la mascella in attesa di un altro grande spavento. Si lanciò ai piedi del letto e, dopo un gran respiro, allungò il piccolo collo per controllare che Pan fosse veramente caduta per terra. E così era. Il peluche giaceva sul pavimento con le zampe a mo’ di stella marina, con la testa piegata di lato, ed Elia tirò un sospiro di sollievo. Allungo il suo braccino corto, sporgendosi con il petto oltre il letto e, dopo qualche esitazione e mani tremolanti, afferrò la sua zampa e lo tirò su senza esitazioni… se non fosse che il peluche sembrava bloccato da qualcosa, come se qualcuno lo stesse tirando dalla parte opposta. Allora Elia uscì fuori l’altra mano per aiutarsi a riportare Pan tra le sue braccia. Spinse, spinse e rispinte, e quello che ne conseguì fu un effetto tappo. La forza lasciò la presa, e il ragazzino volò indietro, tirandosi su il suo amato peluche e il parassita che ne era rimasto attaccato.
Era lui. Ancora lui. Era come un ragno umanoide e adesso era ai piedi del letto che lo guardava con la testa torta all’ingiù in un modo che il suo macabro sorriso sdentato, sembrasse ancora più contorto. Non aveva una lingua, ma si poteva vedere la sua ugola dondolare e contrarsi in modo disgustoso, e per parlare gli bastava tenere la bocca aperta e il suono usciva da sé.
«Il PeLuChe! DAmmI iiiL PELuChE!» petulò alternando suono gutturali da altri vibrati.
«Nooo! È mio! Non l’avrai!» Elia strinse Pan a sé, rannicchiandosi e quasi inglobando il panda.
«aaAAAAaaah NooOoOo?» Il sorriso del mostro si ingrossò, iniziando a salivare da quelle che erano una sottospecie di labbra rinsecchite e bruciate. «AllOrAaAaAa… fAcCiaMo cOsì! TI MOZZO LA TESTA, TI MOZZO LA TESTA!» Queste ultime parole furono intonate in una canzoncina con una voce stabile che pareva quella della madre di Elia. Il mostro allungò le sue mani che adesso avevano l’aspetto di coltelli affilati o chiodi perforanti, Elia non riusciva bene a capire, ma alcune si muovevano come una sega circolare, altre erano pronte a tagliare finemente la sua carne. Era bloccato da tutti i lati, non poteva fuggire da quella bocca bavosa che gli si avvicinava sempre più, come un lento treno della morte. Cosa poteva fare un bambino così piccolo nel panico contro un grande mostro spaventoso? Provare a reagire, era l’unica cosa che Elia poteva fare per proteggere il suo panda di peluche. Allora lo nascose dietro la schiena, tenendolo ben fermo con la mano destra, mentre con l’altra si frapponeva tra lui e il pallido mostro. Il bambino aveva la pelle d’oca e i peli rizzati per la consapevolezza che quel braccio di lì a poco sarebbe scomparso nella sua gola, profonda come uno di quei buchi neri che aveva visto nei libri sullo spazio. Ma Elia non voleva che finisse così, voleva ancora vedere il sole sorgere tra i campi deserti e verdi della sua campagna, voleva crescere per poterla anche lasciare per studiare lontano, dove non poteva vedere le stelle come nel casale, ma poteva studiarle.
«Nooo! Fermooooo!» Il bambino strizzò gli occhi e contrasse tutti i suoi deboli muscoli per andare in contro al terribile mostro che stava per divorarlo. Li aveva chiusi non solo per trovare la forza di combatterlo, ma per abituarsi al buio quando sarebbe stato inghiottito in un sol boccone. Ma questo non accadde. Il mostro pallido strillò come potrebbe farlo un animale in agonia e si ritrasse velocemente ai piedi del letto, muovendo i suoi arti come una vedova nera, e poi si immobilizzò lì. Il bambino riaprì poco dopo gli occhi, era incredulo di essere ancora vivo. Si tastò più volte la faccia e pizzicò le sue braccia per capire se fosse davvero riuscivo a sopravvivere. Non fece caso al mostro ritiratosi a pochi passi da lui, prima volle assicurarsi che Pan fosse tutto intero e che le cuciture fossero ancora ben salde, ma lui stava benissimo. Era riuscivo a sopportare tutti quegli strattoni senza mai arrendersi un attimo alla presa del pallido mostro. Elia non poteva esserne più felice di come era.
Poi la sua attenzione ricadde ancora a quell’essere che lo stava ancora fissando ai piedi del letto sorridendo, ma adesso non sembrava essere così spaventoso. Era molto più piccolo di come gli era apparso prima e stava su due piedi. Le sue mani erano ancora orribili e ramose, ma non erano più letali lame assassine. La luce si era ancora congelata in un’immobile fulmine bianco che illuminava la stanza, ed Elia era pronto a porre fine a quel ciclo di terrore in cui era stato intrappolato.
«Cosa vuoi da me orribile mostro? Vai via!» Il bambino prese un cuscino come scudo e un altro come lancia, anche se era troppo grande per lui per tenerlo in una sola mano.
«Non voglio nulla da te bimbo» anche la sua voce era meno spaventosa, per quanto non fosse tanto diversa da prima. «Ogni notte non mi lasci dormire, mi richiami quando tutto tace e le porte sono serrate. Quando le mamme rimboccano le coperte e quando i gufi bubolano tra gli alberi.» Il mostro si avvicinò leggermente al bambino, in modo da guardarlo meglio.
«Chi sei tu?»
«Non l’hai ancora capito? Sono la tua paura Elia. So tutto di te, tutto quello che ti terrorizza sia alla luce del giorno che nell’oscurità del buio, e so anche perché ogni notte mi chiami e mi cerchi senza volerlo. Tu lo sai perché?» domandò, facendo un altro passo in avanti con la mano destra.
«Io… Io non so di cosa tu stia parlando…» Il bambino alzò il suo scudo cuscino serrando la mano in un pugno. Il dito legnoso del mostro gli passò vicino al viso, sfiorandolo, ma senza fargli del male.
«Pensaci bene bambino… da quand’è che hai iniziato a tremare la notte invocandomi fino allo sfinimento…? Ti dice niente il fienile?»
Al bambino si mozzò il fiato e gli occhi gli si sgranarono mentre si perdevano a ricordare quel pomeriggio di ormai tanti anni fa. «Avevo poco di più di tre anni credo e stavo giocando a nascondino con i miei cugini…» Iniziò il suo racconto, e il mostro della paura si sedette a gambe incrociate sul letto, proprio di fronte a lui. «Mi sono nascosto nel fienile dei vicini, dove c’era quella puzza tremenda di cacca di cavallo. Sono rimasto lì, tutto rannicchiato in mezzo al fieno, e mi sono annoiato tantissimo. Mi era sembrato di restare nascosto per un’eternità, e intanto il sole spariva piano piano. A un certo punto ho provato ad andare alla porta grande di legno per uscire, ma qualcuno l’aveva chiusa, e così sono rimasto bloccato lì dentro. Fuori è diventato tutto buio, e io mi sono messo vicino alla porta, aspettando che qualcuno venisse a cercarmi. Però intanto avevo sempre più paura. Nel buio vedevo facce bianche e ossute che mi guardavano e ridevano di me, e ogni rumore mi faceva pensare che ci fosse qualcosa di brutto che voleva farmi del male. Alla fine mamma e papà mi hanno trovato e mi hanno portato a casa, ma da quel giorno ho avuto sempre paura del buio.»
La voce del bambino si era fatta più tremolante avanzando nel racconto. «Mi ero dimenticato che è iniziato tutto da quel giorno…» In effetti guardando il mostro della sua paura, Elia riconobbe la forma di quelle facce inquietanti che credeva di vedere nel buio. «Quindi perché sei qui signor mostro?»
«Io non sempre stato qui, e non è mai dipeso da me. Tu mi ha portato qui, e oggi hai deciso di combattermi dopo tanto tempo.»
«Di combatterti?»
«Esatto.» Il mostro mosse le sue mani intricate, generando un denso fumo nero. Il bambino rivide sé stesso a letto, prima che iniziasse tutto questo tormento. «Questo sei tu oggi. Inizialmente mi avevi chiamato come ogni notte, ma poi hai preso il tuo panda e ti sei addormentato senza troppe storie, mandandomi via. Quindi era il momento perfetto per lottare contro di me, la paura.»
Elia rimase a bocca aperta, non pensava che quella forza che aveva avuto di lasciarsi sopraffare dal sonno, avrebbe causato tutto quel trambusto. «Quindi mi stavi aiutando? Fin dall’inizio?»
«Ho sempre fatto quello che doveva essere fatto. Dovevo spingerti ad affrontarmi senza scappare ancora.» La Paura più parlava e si spiegava, più il suo aspetto mutava in qualcosa di familiare, piccolo e poco spaventoso. «Adesso che non ti servo più, posso tornare a dormire e vegliare su di te per quando ne avrai davvero bisogno.» Le spirali nei suoi occhi scomparvero, lasciando spazio a dei lucidi e dolci occhi neri.
«Come fai a sapere che domani non avrò di nuovo paura di dormire!?» domandò il bambino preoccupato, avvicinandosi al mostro, che oramai, mostro non era più.
«Perché stai crescendo piccolo Elia, e poi c’è Pan a tuo fianco, no?»
Il bambino si voltò, ricordandosi del peluche alle sue spalle, ma era svanito del nulla. Allora si rigirò scattante, contrariato.
«Ma Pan è…»
Pan era proprio davanti a lui, dove prima il mostro stava mutando incessante. Non esisteva alcuna paura adesso, c’erano solo Pan e Elia. La luce del lampo si dissipò come un sogno, e la pioggia tornò a scendere dolcemente sul tetto in legno del casale di compagna. L’oscurità era tornata, insieme all’esatto momento in cui il bambino aveva visto il suo peluche ai piedi del letto. Stavolta prese al volo il suo panda, afferrandolo la morbida zampa e nulla accadde. Lo strinse a sé come aveva fatto quella sera un numero infinito di volte, e si infilò sotto le coperte, lasciando fuori la sua testolina libera di respirare, e scivolò in un sereno e profondo sonno.
Pan sorrise tutta la notte nel vedere il bambino dormire sogni tranquilli, e così fece per ogni notte buia nel momento in cui serrava gli occhi.
Illustrazione di Giulia Nicastro aka perseideart



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