top of page

PURGA DEI PECCATI

  • Immagine del redattore: Claudia Cinerea
    Claudia Cinerea
  • 5 nov 2024
  • Tempo di lettura: 23 min


Ero riuscita finalmente a superare quello stupido motorino che mi aveva inseguita per più di un centinaio di metri. Non smettevano di chiamarmi e di fischiare come se fossi un animale obbediente, ma avevo sbagliato di grosso, io non lo ero mai stata. Se fossi stata servizievole come i miei volevano che fossi, in questo momento sarei sola e nuda su un marciapiede nel cuore della notte. Che grande tristezza. Stavo tornando a casa a piedi, mi avrebbero dovuto dare un passaggio alla fine della festa, ma avevano preferito andarmene prima. La gente che stava lì puzzava di vomito e alcool all’inverosimile, e non era più divertente ballare con persone inconsapevoli anche del loro stesso nome. Avevo salutato Miriam ed ero uscita dal retro di casa sua, essendo che l’entrata era assediata da adolescenti con gli ormoni pazzi. Non mi sarei aspettata però di ritrovarmi dei coglioni del genere a bloccarmi la strada. Il volume della musica era troppo alto, ma avevo sentito frasi come “che ci fa una bella ragazza come te tutta sola” oppure “scaldiamo questa serata piccola”. Avevo il voltastomaco, ma non per la quantità di alcool che avevo ingerito, ma perché quei due schifosi avevano subito provato ad accerchiarmi, facendo scivolare le loro luride mani sui miei fianchi coperti da un semplice miniabito aderente con fiori. «Non rompetemi il cazzo e levatevi di torno» gli avevo detto, spingendoli via e continuando per la mia strada, ma a loro non gli era sceso giù il rifiuto. In un primo momento ero riuscita ad allontanarmi dal caos della festa, alleggerendomi finalmente la testa, ma poi ho sentito il motorino raggiungermi con quei due sopra, e non hanno fatto altro che darmi fastidio. “Guarda, la puttana se ne sta tornando a casa dal papi” “Mica ce l’hai solo tu bella, sai?” “Perché non salti sulla moto e ti fai una cavalcata con noi” seguito subito da un rombo del motore che accelerava. La situazione si era fatta fin troppo pesante, anche per una con le palle come me. Stavo provando ad ignorarli, ma sembrava solo che aumentasse la loro voglia di starmi addosso. Le loro frasi si facevano sempre più provocatorie e insistenti, mentre le ruote del loro stupido motorino mi si avvicinavano pericolosamente.

«Andate via!» gli sbraitai contro infuriata, aumentando il passo, ma quelli non fecero altro che accelerare per starmi dietro.

«Non senza di te piccola.» Quello dietro allungò il braccio per afferrare la mia borsetta a tracolla e tirarmi a sé. Io mi ero distratta solo per un attimo, lasciandomi prendere come una stupida. In un primo momento era riuscito a strattonarmi indietro, facendomi perdere l’equilibrio.

«Ti abbiamo presa cagnolina!» ringhiò il ragazzo tirandomi a lui, mentre l’altro aveva ululato come un lupo affamato. Avevo poco tempo per pensare ad una soluzione, prima che sia io che loro ci facessimo davvero del male, allora mi buttai sulla prima idea che mi era venuta in mente. Con la borsetta tra le mani, usai tutte le mie forze per contrastare la sua spinta con la mia, giocando ad un tiro alla corda angosciante.

«Hai fegato biondina!» Il ragazzo si stava leccando le labbra come se io, la sua preda, fossi quasi alle sue fauci. Al successivo strattone, invece di tirare, ho sfilato la borsetta lasciandola andare, e sono scappata... ho corso più di quella volta in cui il professor Matthew aveva fatto le selezioni per la corsa campestre. Ho attraversato la strada, correndo in mezzo agli alberi del boschetto lì vicino, sporcandomi di terra bagnata. Sentivo ancora le gambe bruciare e i piedi pulsare; perché proprio quella notte avevo deciso di mettere quegli stupidi tacchi? La verità era che lo sapevo fin troppo bene, volevo impressionare quell’idiota di Steven, che non mi ha minimamente guardata. Ma ormai non poteva andare peggio di così, ignorata dal ragazzo che mi piaceva e molestata da due idioti dell’ultimo anno. Potevo solo andare a casa a piedi, o chiamare papà in una cabina telefonica. Cos’era più importante, il mio orgoglio o salvarmi da quell’improbabile notte? La risposta poteva essere solo una, il mio orgoglio vinceva su ogni cosa. Mi sfilai quelle dannate scarpe dai piedi, che inoltre erano tutte sporche di fango, e camminai per la mia strada. Tutto taceva in quel quartiere insolitamente nebbioso. Non mi era mai piaciuto particolarmente, e papà non mi permetteva mai di andarci da sola, diceva che qualcosa di malvagio si nascondeva nel bosco, glielo aveva detto padre Fernando. Papà credeva a qualsiasi stupida cosa che gli dicesse quel prete, ma a me le sue storie facevano solo ridere. Però, un po’ mi faceva paura ripensarci proprio adesso, mentre le luci delle case erano spente e non si sentiva anima viva. Proseguii per la mia strada, ricordavo bene come tornare a casa, ma per qualche ragione mi pareva di girare intorno, di rivedere sempre le stesse villette, anche se in generale si somigliavano tutte. L’aria si faceva sempre più fredda e sentivo i peli delle braccia drizzarsi per i brividi di freddo. «Devo trovare un bar per scaldarmi… ce n’è dovrebbe essere uno in fondo alla strada.» Girai a sinistra per deviare giusto un attimo dal percorso verso casa, avrei preso un caffè caldo veramente volentieri per tenermi vigile, ma non avevo più la mia borsa con me, e quindi nemmeno il portafoglio con i soldi, però, confidavo che nessuno potesse rifiutarsi di offrire ad una giovane sprovveduta come me, un semplice caffettino. Era da un po’ che ormai giravo a vuoto tra le ville senza riuscire a venirne a capo, e se mi guardavo indietro, casa di Miriam si era dileguata nel nulla, anche se ero convinta di non essermi allontanata così tanto da non sentire più il frastuono della musica, ma almeno non avevo più rivisto quei due ragazzi viscidi. Non sapevo bene cosa avrei dovuto fare con loro due l’indomani. Avrei dovuto denunciarli alla polizia? Non ne ero sicura, avrebbero chiamato i miei genitori e non mi avrebbero più permesso di uscire fino al college. L’unica soluzione ragionevole mi sembrava quella di chiedere aiuto a qualcuno in bar, magari sarebbe andato a prendere a sberle gl’idioti, ma mi sembrava molto utopistica come cosa. Magari avrei aspettato qualche giorno per dire a mamma e papà che mi avessero derubato a scuola, oppure sarei potuta andare nella loro classe con qualche amico a fargli dare una bella lezione; in ogni caso era inutile pensarci adesso, era meglio trovare un posto in cui scaldarsi.

Passarono un’altra decina di minuti dove il mio percorso non cambiava di una virgola, ma poi in lontananza vidi una grande insegna luminosa con su scritto “DINER”. Non ricordavo ce n’è fosse uno qui vicino, e non era nemmeno la zona adatta per costruirlo. Chi mai poteva andare in quel ristorante a tarda ora? Qui c’erano solo case su case con luci spente e finestre serrate, non era posto per un h24. Mi convinsi fin da subito di aver confuso quel ristorante con un bar, non poteva essere apparso dal nulla nel quartiere, mi stavo sicuramente sbagliando. La nebbia rendeva la scritta al neon soffusa, si poteva guardarla senza che gli occhi lacrimassero per la luce. Alzando lo sguardo vidi che il mio respiro stava facendo la condensa, come se i gradi fuori fossero addirittura scesi sui cinque o due. Era molto strano per una normalissima notte di primavera in California, e adesso, anche solo i piccoli spostamenti d’aria iniziavano a spaventarmi. Entrai nel ristorante spingendo la porta che aveva fatto suonare un campanellino al mio passaggio. Aveva delle grandi vetrate che tappezzavano i muri, niente di insolito, anche se erano piuttosto sporche e malandate. Il posto non era grande, era il solito DINER di fianco alla strada, e stranamente, era pieno di uomini di ogni età che mangiavano qualcosa o chiacchieravano di fianco al bancone. Dentro non faceva più troppo freddo, anche se si poteva sentire circolare una pesante aria viziata. In pochi alzarono lo sguardo per squadrarmi da cima a fondo, e i loro occhi era segnati da scure occhiaie e visi scarni, come se fossero malati o veramente stanchi. Mi ero avvicinata ad uno sgabello al bancone, accanto ad un omone vestito come un hipster con una barba molto lunga e folta, jeans e camicia a quadri blu. Era un po’ stropicciata e sporca, come se anche lui si fosse inoltrato nel bosco prima di venire lì. Non mi sembrava un tipo che mi avrebbe offerto volentieri un caffè, quindi lo ignorai, alla ricerca di qualcun altro più facile da manipolare. Nel frattempo, cercavo con gli occhi qualcuno che potesse prendere la mia ordinazione, ma non era ancora uscito nessuno dalla porta della cucina. Vagai ancora un po’ per il ristorante, ma non c’era nessuna faccia che mi ispirasse particolare fiducia, erano tutti simili tra di loro, ognuno sulle sue a fissare il vuoto. A questo punto mi avvicinai a un ragazzo seduto ad un tavolo. Era tutto solo e teneva la testa bassa, infatti non perse la posizione nemmeno dopo che mi sedetti davanti a lui.

«Scusami, è libero qui?» Indicai la sedia in cui mi ero già seduta. Il ragazzo non rispose, rimase quasi impassibile, solo un piccolo movimento nervoso di sopracciglia aveva tradito la sua fermezza. «Sembra di no a quanto vedo… Cosa ci fai qui? Pausa notturna?» gli stavo sorridendo, cercando di allentare l’apparente tensione tra di noi, ma anche stavolta rimase in silenzio. «Ok, non sei un tipo socievole eh?» accennai una risatina, ma ancora niente. Allora arrivai al sodo, non volevo perdere altro tempo con qualcuno che non poteva aiutarmi. «Due ragazzi poco fa mi hanno derubata, e non ho soldi con me… Potresti offrirmi un caffè? Devo tornare a casa da sola e fuori fa freddo…» Al sentire la parola casa, il ragazzo sciolse la sua fredda espressione in un sorriso divertito.

«Casa hai detto? Qui non esiste casa, c’è solo… questo» con lo sguardo mi indicò l’intero ristorante. «Non è saggio uscire adesso…»

Il mio cuore aumentò i propri battiti in modo incontrollato, lo sentivo in gola. Cosa stava dicendo quel ragazzo? Era forse pazzo o che altro? «No ascolta, tu non hai capito, voglio solo un caffè e poi filare a casa.» La voce mi si era fatta tremolante mentre affondavo le dita su un braccio.

«Tu non hai idea di dove sei finita, vero?»

«So dove siamo, California, Contea di Benton, Corvallis» risposi fredda, non volevo essere presa per stupida.

«No, no, no. Tu non sei più a Corvallis piccola, tu sei all’inferno» concluse con una risata agghiacciante, e senza sapere l’argomento, anche gli altri uomini del diner scoppiarono a ridere di conseguenza. Cosa stava succedendo? Dove mi trovavo veramente?

«È strano che una femmina sia finita qui, in questo limbo senza fine. Cosa hai fatto per meritarlo?»

«Io non ho fatto un bel niente! Stavo solo tornado a casa e sono finita qui!» Mi alzai di scatto, lasciando scivolare indietro la sedia e sbattendo le mani sul tavolo. Non era da me perdere la calma e compostezza in un luogo pubblico, ma era notte fonda, ed ero sola, non avevo i miei soldi ed ero spaventata.

«Arrabbiarti non ti porterà a niente, sai? Quelli che perdono la calma sono i primi a morire di solito.» Sorseggiò un bicchiere di acqua sporca, ma le sue labbra pallide rimasero rinsecchite come prima.

«Voi siete pazzi… Tutti pazzi! Voglio parlare con il titolare del posto!» Era la mia ultima possibilità di ricevere aiuto prima di scappare via a gambe levate.

«Certo, certo, fa pure se vuoi… è sul retro, basta che passi da dietro il bancone» ridacchiò per un’ultima volta, lanciando sguardi di intesa verso i suoi compari.

Non sapevo se fossi più infastidita o spaventata, ma almeno la rabbia mi dava la forza di proseguire e trovare una soluzione. Adesso l’idea di chiamare mio padre non sembrava così male, forse era meglio rimanere in punizione per sempre che brancolare ancora nel vuoto.

Superai il bancone, evitando di guardare gli altri uomini dagli occhi affossati, e spinsi la porta a ventola che si chiuse subito dopo il mio passaggio. Ero finita nella stretta cucina, piena di pentole e padelle sporche che riempivano i fornelli incrostati di scarti bruciacchiati, e i lavandini erano solo la base di troppe torri di stoviglie. Un fetore nauseate mi aveva rizzato i peli, sembrava di essermi tuffata nel cassonetto dell’organico. Dei conati di vomito risalirono la gola, ma buttai giù l’eccesso di saliva per mitigare l’acido che bruciava lo stomaco. Alzai il colletto dell’abito, mitigando la puzza terrificante, e procedetti verso la parte sinistra della stanza.

«C’è qualcuno qui? Sto cercando il proprietario!» dissi mentre sgusciavo tra ripiani e scaffali impolverati e decadenti. «Mi hanno detto che avrei trovato qui il titolare. C’è nessuno??» riprovai nella speranza che qualcuno stavolta mi avrebbe sentito, ma nulla, solo lo scricchiolino di piatti e posate che perdevano il loro equilibrio precario. In effetti il pavimento era pieni di cocci di vetro appuntiti che mi avrebbero tagliato il piede in due, se solo fossi ancora stata scalza. Erano pezzi di bicchieri, bottiglie e anche qualche frammento di ceramica spaccata, mi chiedevo come facessero quelli seduti appena fuori, a continuare a mangiare quello schifo preparato qui dentro. Altri brividi mi percorsero la schiena ripensandoci. In fondo alla stanza c’era una strana porta in legno e vetro che lasciava intravedere un piccolo magazzino pieno di scartoffie e provviste. Allora, con tutta la calma del mondo, abbassai la maniglia arrugginita che, ovviamente, rovinò tutti i miei piani di essere silenziosa e impercettibile.

«Cazzo!» imprecai nella mia testa, mordendomi le labbra. La porta si dischiuse, non per molto però, venne ostacolata da quello che sembrava un grande scatolone piene di cianfrusaglie, ma si era creato lo spazio giusto per lasciarmi sgattaiolare dentro. Non era una notizia che mi rendeva particolarmente felice, avrei preferito aprirla del tutto e vedere cosa ci fosse stato all’interno, prima di catapultarmi in un enorme guaio; ma aihmè, non avevo scelta.

Mi posizionai lateralmente, e mossi i piedi paralleli per infilarmici dentro. Il mio viso era a pochi centimetri dal vetro della porta e riuscivo ad intravedere qualcosa appeso in profondità della camera. Era lievemente illuminato da una luce calda intermittente, potevo sentire i suoi cavi sfrigolare anche da fuori la stanza, e non era per nulla rassicurante. Mi chiedevo come facesse ad essere ancora in piedi l’orrido posto, il giorno dopo avrei chiamato la polizia per un’ispezione, non poteva andare avanti in uno squallore simile. Ora ero dentro al magazzino, pieno di ripiani in metallo con sopra scatoloni di ogni dimensione. C’erano giornali, bicchieri, tazze, giacche, cappelli, collane e persino un boa fucsia. A cosa poteva servire un affare del genere lì dentro? Accarezzai le piume finte sfilacciate, ma erano ancora incredibilmente morbide e quella semplice sensazione tattile mi diede un momento di pace, di piacere, dopo l’interminabile notte in mezzo ai matti. Avanzai verso quel muro con appeso quello che adesso mi sembrava un grande crocifisso. Mi avevano sempre messo i brividi, ma non ne avevo mai capito il motivo. In verità non era bello avere davanti la statua di un uomo morto veramente male, ma vederlo ovunque lo aveva reso normale per molti, ma non per me. In uno scatolone adocchiai una torcia malconcia, ma ancora funzionante, e la puntai verso il muro prima di avvicinarmi a qualcosa di potenzialmente spaventoso, e fu la scelta migliore. Non era un crocifisso quella grande cosa appesa al muro, o meglio lo era, ma non mi sarei mai aspettata che fosse una vera e propria crocifissione. Un uomo era stato inchiodato per le mani alle estremità del crocifisso, mentre le gambe… le gambe non c’erano. Era un corpo fino al busto, qualcosa doveva avergliele strappate con violenza, perché le macchie di sangue riempivano tutto il muro e persino metà del tetto. Un altro conato serpeggiò appena sopra lo stomaco. L’uomo aveva metà della faccia scorticata, con l’occhio sinistro penzolante e i muscoli del viso ancora arrossanti dal sangue. Facevo fatica a mantenere lo sguardo, ma mi sembrava avesse una quarantina di anni dal grigiore, misto con il bruno dei suoi capelli. Era una visione indescrivibile, così angosciante che delle lacrime di terrore scivolarono silenziose dagli occhi. Il mio respiro si fece frenetico, troppo veloce per riempirmi i polmoni, e un attacco di panico mi paralizzò i movimenti.

«Non è reale, non è reale, non può essere reale» continuavo a ripetermi mentre sentivo i denti e le gambe tremare alla stessa frequenza. «Devo andare via di qui, prima che sia troppo tardi!» Anche se soffocata dalla paura, il mio istinto di sopravvivenza era forte, determinato a portami fuori da quel manicomio. Avevo spento la torcia per provare a infilarmi nella fessura tra la porta per scappare via, quando una voce rauca mi paralizzò ancora dal terrore.

«FERMA! NON PUOI USCIRE FUORI!»

Mi congelai a metà tra l’uscire e quell’incubo di stanza. Doveva essere la mia immaginazione, non mi poteva veramente chiamare. Lo avevo visto morto, scorticato, con le budella riversate sui cocci di vetro. Era solo la mia mente che era rimasta impressionata, niente di più. Me lo stavo immaginando. Stupida e pazza Juli, in che pasticcio ti eri andata a infilare, non potevi nemmeno immaginarlo. Feci finta di nulla, faceva troppo paura per essere reale. Ma lui ripeté quelle parole «Non puoi uscire fuori! Juli, devi ascoltarmi!»

«Come fai a conoscere il mio nome…?» mi avvicinai al vetro della porta per guardare l’uomo crocifisso. «Ma cosa sto facendo… Devo andare…» feci per uscire, ma ancora una volta quella voce soffocata chiamò il mio nome.

«Juli, ascoltami. Là fuori c’è solo la morte, non puoi uscire. Vedi quello che mi ha fatto?»

Distolsi lo sguardo dal vetro, non volevo più vedere nemmeno per sbaglio tutto quel sangue. «No… No! Tu non sei reale! Sei solo nella mia testa!» mi tappai le orecchie, non volevo sentire, non potevo, significava che tutto quello che stavo vivendo non era solo un incubo.

«Noi siamo i peccatori e lei la nostra purgatrice. Aspetta che usciamo da questo posto per sventrarci fino alla morte. È la tortura prima del vero inferno, e non so davvero cosa sia peggio tra i due. Vedi me. Sono recluso per eterno qui dentro a soffrire, sventrato e sanguinante. Vorrei solo che ponesse fine a tutto questo.»

«Lasciami in pace ok?! Non devi parlarmi!» Era l’unica cosa sensata che ero riuscita a dire mentre ero ancora nello spazio tra la porta.

«Ascoltami bene ragazzina, se tu vai fuori, non avrai via di scampo, e ti spedirà direttamente all’inferno.»

«Ma io devo provarci, non ho fatto niente per meritarmi questo.» Avevo ceduto e gli avevo risposto come se credessi alle sue farneticazioni.

«Allora muori come gli altri.» Finì la frase strozzandosi e vomitando altro sangue.

Io sgusciai definitivamente fuori. Dei capogiri mi portarono a barcollare verso il muro più vicino, non aveva veramente senso tutta quella situazione.

«Sveglia Juli, svegliati!» Mi schiaffeggiai la faccia nel tentativo di concludere quell’incubo ad occhi aperti, ma nulla. Il dolore era reale, la nausea era reale, e quel cadavere crocifisso, lo era pure.

Scoppiai a piangere, sommersa da quella pura paura che mi stava intossicando la mente.

«Non è possibile! Qualcuno mi aiuti!» biascicai mentre le parole mi strozzavano la gola e il naso colava quasi quanto le lacrime. Non sarebbe venuto nessuno a salvarmi, di questo ne ero cosciente fin dal primo momento in cui i due ragazzi mi avevano importunata. Dovevo ritrovare il controllo delle mie emozioni e isolarli, in modo tale da poter affrontare la situazione. Io non ero così, non ero mai stata una che si piange addosso, e questo per me sarebbe stato solo un nuovo ostacolo da superare. «Ok Juli, ok. Adesso asciuga le lacrime e, con il tuo trucco rovinato, vai a fare il culo a quell’essere lì fuori.»

Ero pronta, dovevo almeno provarci e convincermi che ce l’avrei fatta. Uscii dalla cucina con furia, dando una bella spinta. Tutti quelli che stavano fuori mi guardarono divertiti, come se fossi una barzelletta vivente.

«Cosa credi di fare piccola?» disse uno a caso lì seduto.

«Vado a fare il culo al mostro lì fuori.»

«Sei proprio volgare per essere una femmina!» esclamò uno più in là con disprezzo.

«Vai all’inferno, schifoso insetto…» sputai per terra, disgustata da tutti loro. Volevo dimostrargli che anche una “femmina” poteva essere sgraziata e impudente come un uomo. Loro non fecero altro che ridermi dietro come le scimmie che erano. Con un piede calciai la porta d’ingresso per aprirla con violenza, e lasciai tutti con un dovuto dito medio.

Il silenzio era tornato a dominare l’aria. Niente era cambiato da quando ero entrata nel Diner, l’aria era ancora gelida e mi pentii di non aver portato con me quel morbidissimo boa fucsia. Però, la foresta sembrava essersi avvicinata, come se volesse gradualmente inghiottirmi a sé. Gli alberi erano alti e scuri, per lo più abeti e pini che frusciavano al ritmo del venticello gelato. Qualcosa nelle profondità della loro oscurità, mi sussurrava alle orecchie, mi chiamava a sé, sapeva il mio nome, ma non chi fossi realmente. In primo momento mi lasciai intimidire dall’inquieto e silenzioso suono che sapeva di morte fresca, ma poi scossi la testa e mi ripetei: «Vai, idiota!»

Mi tuffai tra i tronchi scuri degli alberi e cominciai la mia ricerca di quello che doveva essere un mostro, ma nessuno mi aveva descritto come fosse. Aveva gli artigli? Un folto pelo? Delle zanne? Beh in qualche modo doveva aver sventrato quell’uomo nel magazzino.

Mi ricordai di aver infilato tra il vestito la torcia che avevo rubato, e mi feci strada con quel poco di luce che riusciva a fare. La foresta sembrava tutta uguale, un po’ come tutte quelle case lungo la strada a cui avevo girato intorno. C’era una costante puzza di terriccio bagnato mischiato all’odore ferroso del sangue, ma ancora non avevo visto alcun cadavere o non so che altro, e ne ero sinceramente grata. Camminavo a passi lenti per evitare di fare troppo rumore, magari sarei riuscita a prendere di sorpresa il mostro… e poi che avrei fatto? L’avrei ucciso? Non riuscivo nemmeno a colpire una mosca, pensa uccidere qualcosa di spaventoso. Non avevo nemmeno un’arma con me, ma confidavo che il mio istinto di sopravvivenza mi avrebbe portata nella giusta via. Forse ero una povera illusa che stava andando a morire, ma se fosse stato come dicevano quegl’idioti lì dentro, non pensavo che sarei davvero finita all’inferno, se mai ne fosse davvero esistito uno. Non ero una peccatrice, o una persona così malvagia. È vero, spesso non ascoltavo le cazzate dei miei genitori, ma ero una brava figlia tutto sommato, una brava amica e una brava studentessa. Non aveva senso che finissi in un posto del genere o all’inferno. Confidavo in questo, non che però sarei voluta morire, avevo troppe cose da fare ancora nella vita per darla vinta a quella cosa, dovevo dimostrargli che si sbagliava su di me.

 

Era una ventina di minuti che giravo a vuoto nel bosco o foresta che fosse, e stavo letteralmente congelando. Se non mi avesse uccisa il mostro, lo avrebbe fatto l’ipotermia. Provavo a strofinare le mani sulle braccia per scaldarle, ma le dita iniziavano a farmi male e, dall’essere arrossate per il freddo, stavano diventando di uno strano colore tra il bianco e il giallognolo. Persi la pazienza, e la mia discrezione si trasformò in imprudenza e rischio, ma non avevo altre idee per velocizzare la ricerca.

«Eccomi! Sono qui! Mi vedi? Non ho paura di te! Se devi farlo, fallo adesso!» Le provai tutte, ma nessuna bestia inferocita sembrava venirmi in contro affamata di sangue. «Argh! Quanto sono stufa! Fammi tornare a casa almeno, se non devi uccidermi.» Battei i piedi sulla terra bagnata, facendo schizzare della fanghiglia che mi sporcò il vestito. «Ci mancava solo questa…» avevo ormai perso la pazienza.

Il frusciare delle fronde dei pini, non fu più solo, ma in lontananza emerse un leggero lamento sofferente. Qualcun altro era stato intrappolato in quella sorta di gioco sadico? Magari avremmo potuto collaborare e fermare il mostro.

«C’è qualcuno? Dove sei? Stai bene? Voglio aiutare!» Seguii il suono, schivando i tronchi che sembravano volessero venirmi in contro, mentre in realtà ero io che stavo iniziando a perdere colpi. Dopo un po’ la vidi. In un primo momento le puntai la torcia, e sembrò sussultare di paura; poi la distolsi e mi avvicinai con prudenza. Aveva i capelli del colore del grano maturo, lunghi fino alla schiena e raccolti in una treccia piuttosto scombinata. Sembrava messa peggio di me: indossava una camicia da notte bianca, tipica degli anni Venti, ed era sporca di fango e quello che sembrava… sangue. «Stai bene? Voglio darti una mano…» Feci un passo in avanti, fin troppo azzardato, e le poggiai una mano sulla spalla. Volevo farle capire che ero lì per aiutarla. Nel momento in cui la toccai, la mia mano sentì il nulla. Era incorporea, come la nebbia o le nuvole. Cos’era quella donna?

Aveva smesso di piangere e con la mano si asciugò le ipotetiche lacrime che le erano scese dagli occhi. Poi si voltò, veloce come un fulmine. Il suo viso era deturpato, come se un oggetto pesante le avesse schiacciato la faccia più e più volte, fracassandogli l’osso del naso e la fronte, lasciando una fossa che la divideva in due. Gli occhi erano praticamente esplosi. Non ebbi il tempo di pensare e vedere altro che mi corse in contro, attraversandomi come uno spettro. Sentii il freddo divorarmi dall’interno, un gelo dell’anima, assenza di amore, solo dolore. In qualche modo però, dopo la prima visione di terrore, non mi sentii più spaventata, al contrario, volevo correrle dietro per aiutarla.

«Fermati! Aspetta un attimo.» Seguii la direzione che il fantasma aveva preso, ma era come scomparsa nel nulla. Non avrebbe dovuto stupirmi, visto la sua natura, ma speravo di poterle dire qualcosa. Sembrava in qualche modo avesse bisogno di aiuto.

Avevo tolto di nuovo quelle scarpe che non erano proprio adatte a correre nel fango, e i miei piedi erano doloranti e pieni di tagli ed escoriazioni. Bruciavano come se ci avessi buttato del sale sopra, e le ferite si sarebbero sicuramente infettate con tutto quello sporco, ma c’era qualcosa di più importante di lamentarsi per il dolore, trovare quel dannato mostro e chiudere la faccenda. I miei passi tornarono lenti, non era servito a nulla correre, se non a scaldarmi un pochino. Arrivai a pensare che fosse lei a decidere quando mostrarsi, non c’era una logica dietro o uno schema, faceva come le pareva. Mi sarei anche potuta fermare ad aspettarla, ma non sapevo quando il mostro si sarebbe deciso a farmi visita, e in più, stare ferma faceva aumentare il freddo. In verità poi, passarono pochi minuti dal successivo episodio paranormale, e si palesò dietro di me.

«Tesoro, so che è presto e che forse sto correndo troppo, ma… Vuoi sposarmi?»

Mi voltai in direzione della voce. C’era un uomo dai capelli bruni, inginocchiato mentre faceva la proposta alla sua compagna. Era lei. Il fantasma della donna con i capelli biondi. Il suo viso era intatto e di una bellezza disarmate. Sembrava una bambola nel suo vestitino rosa, e i suoi occhi erano illuminati dalla luce dell’amore vero, potevo vederlo.

«S-sì! Lo voglio!» esclamò con le lacrime agli occhi, e suggellarono il momento con un bacio, per poi svanire come nebbia. Avevo provato una sensazione strana nel vedere quella scena, come se la mia empatia fosse stata alterata. Sentivo quello che aveva sentito lei e il cuore mi esplodeva di gioia, indescrivibile, fino a poi sfumare insieme alle loro figure. Cosa voleva mostrarmi quello spettro? Cosa voleva dirmi? Mi stava raccontando del mostro che le aveva fatto del male forse? A quanto pareva, tutti quelli che erano finiti in quel limbo infernale, erano colpevoli di aver fatto qualcosa, ma non io, io ero lì per errore.

Passai avanti, e stavolta, la scena successiva mi si creò proprio davanti. La nebbia prese forma di nuovo nei due ragazzi. Erano uno di fronte all’altro, e stavano litigando animatamente.

«Cosa vuol dire che sei uscita con Jenny e quell’altro?!» L’uomo le si era avvicinata in modo aggressivo, e aveva un non so ché di familiare.

«Da quando non posso uscire con lei e suo fratello? Qual è il problema!»

«Sei mia moglie, non puoi andare in giro con chi ti pare.»

«Ma li conosco da una vita, siamo cresciuti insieme!»

«Non me ne frega un cazzo! Non ti voglio più vedere con un altro uomo mentre non ci sono!» Le tirò un forte schiaffo sul viso, tanto da farla sbalzare di lato. «Ci siamo intesi?!» alzò la voce con tono minaccioso. «CI SIAMO INTESI HO DETTO?!»

Lei fece solo un cenno con la testa mentre si sorreggeva il viso segnato. Poi si dissolsero ancora una volta. Non me n’ero resa conto, ma quando se ne andarono, mi ritrovai con la stessa mano della donna, ad accarezzarmi la guancia. Lo avevo sentito, e anche forte e chiaro. Aveva fatto male, ma non solo fisicamente, ma anche al mio e al suo orgoglio. Quell’uomo era un essere spregevole, sicuramente era lui lo schifoso mostro che teneva tutti in ostaggio, persino lei.

Avevo una pesante angoscia sul petto e come la sensazione che in qualsiasi altro momento, mi sarebbe potuto arrivare un altro schiaffo, peggiore del primo.

«Mi dispiace tanto…» piansi mentre a piccoli passi avanzavo oltre la nebbiolina sfumata.

Poi arrivò l’ultimo di quei ricordi dispersi nell’aria, quello che avrei preferito non vedere mai nella mia vita. Era qualcosa di atroce, bestiale, impossibile da concepire. Faceva troppo male.

L’uomo aveva legato la donna dopo avergli rifilato una nuova botta in testa, e le aveva imbavagliato la bocca, in modo tale da soffocare le sue urla straziate. Non riuscivo a guardare, ma anche se il mio sguardo andava altrove, l’immagine era nitida nella mia testa, troppo spaventosa da poter ignorare.

Aveva un martello, uno di quelli semplici che si possono trovare facilmente in una casa comune, ma lo teneva come se fosse una mazza da baseball.

«Ti avevo avvisata cara, tu non mi ha voluto ascoltare. Ma non puoi dire che non te lo avevo detto. Adesso ti prendi le conseguenze delle tue azioni.» La sua voce era spaventosa, tra il divertito e il gelido freddo dell’apatia. Non riuscivo a spiegarmelo, era terrificante.

Poi arrivò il momento.

La colpì; ancora, ancora e ancora, fino a lasciarla immobile sul letto pieno di sangue, mentre lui andava tranquillamente fuori ad accendersi una sigaretta.

L’immagine svanì e rivoltai tutto il mio stomaco sulla fanghiglia già umidiccia. Mi accasciai a terra, avevo perso tutte le energie che mie erano rimaste, e la mia mente era spezzata. Ero in preda alla frenesia di un pianto disperato che rimbombava come un eco per tutta la foresta, e solo in un secondo momento, mi resi conto che ero nelle stesse identiche condizioni in cui avevo trovato all’inizio il fantasma.

«Cosa vuoi da me?! Perché mi stai facendo questo?! Fa troppo male!» piansi ancora, controllando se la mia fronte e i miei occhi fossero ancora interi.

Una fredda mano si posò sulla mia spalla, e in un solo secondo, portò via tutto il dolore che stava affliggendo la mia anima tormentata. Era lei, ancora. Si spostò di fronte a me e mi guardò con i suoi meravigliosi e profondi occhi blu, sembrava una madre dolce e premurosa.

«Piccola mia, mi dispiace di averti spaventata, non volevo, davvero.» Mi accarezzò il viso segnato dalle lacrime con la sua esile mano eterea.

«Il mostro ti ha fatto questo, vero?» singhiozzai, provando a toccarle la mano, ma non riuscivo a sentirla.

«Non c’è nessun mostro bambina, almeno qui fuori. I mostri sono lì dentro.» Mosse l’indice della mano sinistra e la foresta si aprì come per magia. Davanti a lei c’era il diner, dove avevo trovato l’uomo crocifisso.

«Ma loro mi hanno detto che c’è un mostro spaventoso qui, quello che ha fatto del male al signore appeso.»

«Devo dire che non migliorano mai quelli lì, e io non mi sbaglio. Loro sono qui perché se lo meritano. Sono stupratori, killer, violenti abusatori. Sono la feccia della feccia.» Per un secondo il suo viso sembrò mutare nella sua versione distrutta dalla violenza, per poi tornare intatto. «Loro sono qui perché ce li ho portati io. Ho salvato centinaia di ragazze, donne e bambine da quelle luride bestie.»

Adesso tutto iniziava a prendere senso. Non era mai esistito un mostro, ma era una semplice donna a cui l’uomo della sua vita aveva fatto la peggiore delle cose.

«Com’è possibile… Sei una sorta di spirito vendicativo?»

Lei ridacchiò con una dolcezza infinita, che risultava anomala dopo tutto quello che aveva vissuto. «Se vuoi vederla così… Diciamo di sì.»

«Allora che ci faccio io qui? Cosa ho fatto per meritarmelo?»

«Oh no, tu non dovresti essere qui, c’è stato un errore.»

Cosa intendeva per errore? Avevo sempre avuto ragione quindi?

«Ho aperto il portale nella foresta per attirare i due ragazzi sulla moto che ti stavano importunando. Ne ho visto migliaia di persone così. Uno schifo.» La sua faccia si deformò ancora una volta, sembrava che quando perdeva il controllo di sé, tornasse nella sua forma più terrificante. «Solo che tu l’hai oltrepassato accidentalmente prima che io potessi attirarli qui, quindi sei rimasta intrappolata.»

Non capivo se sentirmi sollevata o terrificata da tutto questo. Ero felice di trovarmi lì per sbaglio, ciò significava che presto sarei tornata a casa, però non volevo pensare a cosa lei avrebbe fatto a quei due ragazzi, se fosse riuscita a prenderli. Se lo meritavano? Forse. Non ero favorevole alla violenza, in nessun caso, ma non ero nelle condizioni di poter fare o dire qualcosa, ne dipendeva la mia vita. La donna sembrava carina e piacevole, ma dietro si nascondeva un vero mostro senza pietà, che aveva sventrato e crocifisso il marito, anche se praticamente, aveva fatto la stessa cosa con lei. Presi un bel respiro profondo e mi mostrai imperturbabile, volevo vivere, me lo meritavo.

«Capisco… Allora potresti farmi uscire?» chiesi diretta, senza mezzi termini.

«Ma io mi sento così sola qui… Tu riesci a capire vero?» sorrise come una pazza assetata di sangue. Aveva gli occhi sgranati che lentamente gli si scioglievano fuori dalle orbite. Trattenni un nuovo conato, mascherandolo in un sentito sorriso.

«Posso immaginare, ma non sei sola! Mi sembra che tu ti diverta a torturare quegli uomini lì dentro.»

«Oh ma non è una tortura per loro, è l’espiazione dei loro peccati!» Aveva una forzata espressione dispiaciuta che mi dimostrava quanto la morte l’avesse resa psicopatica

«Giusto! Proprio quello di cui hanno bisogno!» accompagni il tutto con una finta risata.

«Sapevo che avresti capito… Rimani con me!»

Sentii come una presa stritolarmi la gola. «Ehm sarebbe fantastico… ma… vedi, non posso lasciare sola la mia amica Miriam. È rimasta in quella festa piena di ubriaconi, devo controllare che stia bene!» Cercai empatia nel suo sguardo che si iniettava di sangue.

«QUELLA È SOLO UNA LURIDA PUTTANA! TU SEI MIA!» La sua voce si fece più profonda e spiritata, e come un boato, fece vibrare le fronde degli alberi. La mia maschera da amica caritatevole cadde in un solo istante, facendomi sobbalzare e correre via dalla parte opposta. Lei mi stava alle calcagna, mentre infuriava contro la foresta, spaccando tronchi e rami in due. «JULIII, STO ARRIVANDOOO!»

La foresta era stata praticamente dimezzata, ma c’era qualcosa di strano tra quelle macerie vegetali, un albero non era stato toccato. Era lì in piedi, dove tutti i suoi fratelli erano caduti, non poteva essere una coincidenza. Il passo della donna era molto più veloce del mio, e non mancava molto per avvinghiarmi e farmi a pezzettini. Mi dissi «O la va, o la spacca» e d’un tratto, mente la sua mano stava per afferrarmi il colletto, le scivolai sotto, trasportando il viscidume del fango. Riuscii a guadagnare un po’ di tempo e corsi con tutte le mie forze verso l’albero solitario.

«NO!» urlò lei come una banshee, mentre con un semplice tocco, aprivo il portale che mi avrebbe portata a casa.

Come la prima volta, non mi accorsi della differenza tra le due dimensioni, semplicemente ero fuori adesso. Mi guardai intorno, e con il fiatone, tornai lentamente verso casa di Miriam, era la prima idea che mi era venuta in mente. La festa doveva essere finita da un po’, e chi era rimasto lì, doveva ormai dormire sogni sereni. Le case non erano più la stessa villetta ripetuta all’infinito, ma tutto era normale. Avevo anche intravisto da lontano il bar che avevo cercato fin dall’inizio, e in quel momento tornai a respirare. Ero veramente a casa.

 

Il lunedì seguente tornai a scuola come se nulla fosse, anche se i miei mi avevano messa in punizione per avergli mentito. Qualcuno aveva trovato la mia borsetta e me l’aveva riportata senza chiedere nulla in cambio. Ero davanti all’armadietto, e Miriam era appena arrivata di fianco a me, salutandomi come ogni mattina.

«Buongiorno tesoro, come va?»

«Non c’è male, tu?»

«Tutto ok. Hai sentito dei due ragazzi?»

«I due ragazzi?»

«Sì! Quelli dell’ultimo anno! Erano venuti alla mia festa. Sembra che da quel giorno siano spariti nel nulla. Li stanno cercando tutti.»

«Hai detto… spariti?»


Illustrazione di Sofia Sicurella aka @goldenvdays

Commenti


bottom of page