INVASO FIORITO
- Claudia Cinerea

- 28 ott 2024
- Tempo di lettura: 11 min

Il fumo usciva dalla ciminiera del camino, trasportato dal vento arricciandosi come code di volpi grigie nella foresta. Il calderone in ferro scuro era caldo, scottante, tanto che la giovane strega dovette usare i guantoni per poggiarlo sulle pietre levigate. Li utilizzava per non lasciare che il pavimento di legno si rovinasse bruciandosi. Un grande libro ingiallito dal tempo era aperto sul tavolo lì vicino, in modo che la strega fosse sicura di non sbagliare alcun ingrediente del suo composto magico. La pagina era segnata da un cordoncino rosso vellutato, troppo elegante per una sciatta strega dei boschi, quel tomo doveva averlo rubato a qualcuno di molto più saggio e antico di lei. Alcune scritte non si leggevano chiaramente: molte erano tagliate, riscritte o cancellate, e la streghetta ci aveva messo un mese per capire con precisione tutti gli ingredienti, ma uno le era rimasto in dubbio. Era l’ingrediente finale, non solo sbiadito per il passare del tempo, ma qualcuno vi aveva anche passato sopra la mano sudaticcia, trascinando via l’inchiostro.
«Stai tranquilla, Nephila, sarà sicuramente il tarassaco» si ripeteva, cercando di convincere sé stessa. Le uniche lettere che si distinguevano tra le macchie di inchiostro erano una “A” e un “CO” che concludeva la parola. Poteva essere qualsiasi cosa, ma Nephila si fidava del suo istinto, e il suo istinto diceva “tarassaco”.
Sul tavolo, oltre al vecchio tomo, aveva preparato in ordine tutti gli ingredienti che le sarebbero serviti per la pozione che le avrebbe permesso di diventare la strega più potente della contea di Incantia.
Per prima cosa, grattugiò delle scaglie di radice di mandragola, lanciando poi dentro anche qualche petalo per una maggiore infusione; proseguì con il disgustoso guano di pipistrello vampiro, per contrastare la dolce fragranza della mandragola con qualcosa di viscido e insidioso. Un fetore nauseabondo risalì dai fumi del pentolone caldo, tanto che alla strega si arricciarono i capelli dalla nausea flatulenta. Si tappò il naso per evitare di rimettere nel calderone, rovinando tutta la fatica che aveva fatto per procurarsi quegli ingredienti. Allungò il braccio per prendere delle bacche mature di belladonna, colte poco prima della loro metamorfosi in fiore, e le schiacciò con un pestello, lasciando che il piccolo mortaio di legno raccogliesse la polpa violacea. Lanciò la poltiglia nel calderone, alleviando il puzzo che aveva appestato la sua casetta.
«Adesso c’è scritto di mescolare...» Prese un lungo cucchiaio di legno per girare con energia la mistura. Nephila aveva la stazza di una ragazzina in età da luna rossa, con un viso troppo dolce per sembrare una tipica strega vecchia e raggrinzita. Alcuni sospettavano avesse creato una pozione per la giovinezza eterna, altrimenti non si spiegavano la sua fresca bellezza. La verità, però, era che aveva superato i trent’anni, ma la natura le aveva donato un viso eternamente da ragazzina.
Il liquido viscoso nel calderone era ormai omogeneo: la strega aveva mescolato e rimescolato per almeno mezz’ora il composto, seguendo alla lettera le indicazioni del libro antico. Le braccia le dolevano e pregò la triplice dea di donarle ancora un po’ di forza per procedere con il rituale. Continuando a mescolare, allungò un braccio verso il tavolo per afferrare le code di biscia fresche, che si dimenavano ancora sul piattino. Urtò alcune fialette piene di spezie e petali appassiti, ma non poteva interrompersi per ripulire il disordine che si era creato: ci avrebbe pensato dopo. Senza pensarci due volte, lasciò cadere le code, che a contatto col calore finirono di scalciare come puledri. Le osservò sciogliersi lentamente nella mistura letale che aveva quasi portato a termine. Gli occhi le si illuminavano per i mille colori chimici riflessi e sprigionati dal calderone.
«Adesso... manca l’ultimo!» proclamò, in un misto di preoccupazione e trepidazione. Era il momento di scoprire se quel misterioso ingrediente dalla scrittura incomprensibile fosse davvero il tarassaco, il piccolo fiore giallo che cresceva spontaneamente in ogni giardino della contea.
Ne prese solo uno, in perfette condizioni, lasciando ancora un po’ di terriccio umido attaccato alle radici. «Speriamo bene...» si disse, guardando il fondo del pentolone. Dopo qualche secondo di titubanza, lo lasciò andare, osservandolo sprofondare e scomparire nel denso liquido che aveva appena finito di preparare. Il fiore svanì come il resto degli ingredienti, e per un’ultima volta Nephila girò il suo cucchiaio di legno. Poi lo estrasse, lanciandolo nel lavabo.
«Ti prego, ti prego... funziona...» implorò alla mistura, che non sembrava mutare in alcun modo. Era immobile, e i suoi colori innaturali si stavano spegnendo, così come il calore del calderone che si affievoliva.
«Per tutti i rospi di campagna! Lo sapevo che non avrebbe funzionato un bel niente! Sono un disastro!» sbottò la streghetta dagli occhi violacei, per poi richiamare a sé la sua scopa e iniziare a spazzare con rabbia tutte le spezie cadute. Nel frattempo, borbottava parole incomprensibili, che però erano sicuramente imprecazioni contro ogni cosa le intralciasse la strada.
Doveva sempre prendersela con qualcuno. «Basta, non ce la faccio più a stare rinchiusa qui! Un po’ d’aria fresca mi farà bene.» Saltò in sella alla sua scopa, che, se avesse avuto il dono della parola, avrebbe sicuramente urlato aiuto al primo che passava da lì.
Tornò a casa quando il sole era calato da mezz’ora; c’era voluto molto tempo per rilassare i suoi nervi a fior di pelle. «Che giornataccia.» Poggiò la sua scopa sul muro, poi ripose sugli scaffali e negli sportelli tutti i materiali che aveva lasciato in disordine. C’era un dito di polvere su tutti i ripiani, oltre a degli aghetti di rosmarino. Aveva trascurato la pulizia della casa per andare alla ricerca degli ingredienti per quella maledetta ricetta, ed era stato solo uno spreco di tempo. «Domani pulirò tutto. L’aurora porta consiglio.» Salì le scalette che portavano al sottotetto della sua casettina, dove il suo letto l’attendeva per porre fine a quella lunga giornata. Ripose il suo cappello dalla punta affusolata sul comodino e, con uno schiocco di dita, tutte le candele della casa si spensero, lasciando che la calma del buio assopisse i suoi pensieri.
L’indomani, il sole disturbò il sonno di Nephila, che sperava di dormire ancora qualche ora. Mosse il dito per tirare la tendina e tappare l’oculo che aveva dimenticato di oscurare. «Certo che la dea deve proprio odiarmi…» biascicò, mentre riprendeva sonno con la bava gocciolante.
Un tonfo sordo, ma allo stesso tempo freddo e acuto, fece sobbalzare la strega, che sbatté la testa contro il tetto. «Ahi! Ma che sta succedendo?!» Infilò ai piedi le sue babbucce pelose e corse al piano inferiore per capire da cosa fosse stato causato quel rumore. La cucina era un caos: molte delle sue ampolle e boccette erano frantumate a terra in mille pezzi. «Chi va là?! Chi si nasconde nella mia dimora?!»
Il pesante calderone di metallo era stato rivoltato, ma il suo contenuto era, come per magia, svanito nel nulla. Qualcuno doveva averlo rubato, o non si spiegava come potesse essere successo. Tuttavia, era rimasta una sostanza trasparente e bavosa, trascinata per tutta la casa. Nephila seguì la traccia in silenzio, iniziando a sospettare che un feroce animale affamato avesse sfondato una finestra o si fosse intrufolato da qualche pertugio. La traccia la portò vicino a un mobile con gli sportelli in basso, stranamente socchiuso e rovinato da furiose artigliate. Spaventata, la strega prese un bastone lì vicino e, mantenendo una distanza di sicurezza, aprì lo sportello. Dall’ombra, emersero due occhietti rossi e vispi come sangue fresco. Respirava freneticamente, come se fosse stanco o spaventato; Nephila non riusciva a capirlo. Nel buio non riusciva a distinguere bene le sue forme, ma sembrava avere del pelo sul muso, mentre il corpo era quello di un bambino. «Cosa sei tu…?» incuriosita, Nephila allungò la mano per toccarlo, ma l’essere non perse un secondo per artigliarla, facendo gocciolare sangue sul pavimento. La strega urlò di dolore e corse a cercare erbe curative e panni per fasciarsi la mano. «Piccolo mostriciattolo… adesso te la faccio vedere io!» Prese il suo bastone di betulla giovane e lanciò un incantesimo contro l’assalitore. «Immobiles statim!» urlò, muovendo circolarmente il bastone verso il mobiletto. Allora un’energia si intrecciò verso la creatura, che gemette disperata. «E adesso cosa pensi di fare, eh?»
Con il bastone lo spinse verso di sé, smascherandolo una volta per tutte.
«Ma cosa…» Nephila era sconvolta: non aveva mai visto nulla di simile. Il corpo era quello di un bambino umano, solo con un po’ più di pelo, e i suoi artigli erano lunghi e affilati, ancora sporchi del sangue che aveva rubato alla povera strega. Ma la cosa più bizzarra era la sua testa: era a tutti gli effetti quella di un lupo famelico nero, anche se nei suoi occhi cremisi si nascondeva qualcosa di umano. «Cosa sei esattamente?»
Il lupo le ringhiò, mostrandole i denti aguzzi, ma subito dopo posò lo sguardo sul calderone ribaltato.
«Tu vieni da… lì?» Il bambino-lupo era ancora bloccato dalla magia della strega e non poteva risponderle con un cenno, ma i suoi occhi riuscivano in qualche modo a comunicare. «Ma certo… Ha funzionato!» esclamò la strega. Subito dopo aver compreso, si inginocchiò al suo cospetto. «Ave, mio principe degli inferi! Sono la tua serva e invoco i tuoi doni!»
Il lupacchiotto la guardò confuso, come se fosse uscita di senno. Non aveva la minima idea di cosa stesse blaterando. Nephila alzò lo sguardo verso il presunto demone, senza però perdere la posizione prona. «Mio signore?» domandò, aspettandosi una risposta, ma il lupo emise un suono simile a un cigolio, continuando a guardarla spaventato.
«Forse non sei chi credo… Ma allora cosa sei?!» sbottò, spazientita, la strega.
Nephila gattonò verso il lupo per osservarlo più da vicino, ma non riusciva a vedere niente di diverso da ciò che aveva già notato. «E adesso cosa dovrei fare con te?»
Il bambino-lupo emise un altro lungo uggiolato. «Sembra che tu capisca ciò che dico. Allora ascoltami bene. Ti lascerò libero, ma devi promettermi che non mi farai più del male, altrimenti ti incatenerò per il resto dei tuoi giorni! Ci siamo intesi?» Il lupetto sembrava acconsentire. «Bene, al mio tre.» Agitò il bastone in senso antiorario. «Uno, due, tre! Totalis liberatio!» La strega pronunciò la formula magica e l’incantesimo si disciolse. Il lupo, libero dal sortilegio, si catapultò subito sulla strega, facendola cadere all’indietro. «Ehi! Avevamo un patto!» urlò spaventata, cercando di allontanarlo, ma il lupetto non fece altro che annusarla da cima a fondo, fino a leccarle la ferita.
«Quindi non vuoi uccidermi?»
Il lupetto appoggiò la testa sul suo petto, addormentandosi in pochi secondi. «Che cosa ho creato…?»
Passarono settimane dal giorno in cui Nephila aveva preparato l’intruglio magico, e ancora non sapeva se fosse stato un fallimento o un successo. Il bambino-lupo cresceva rapidamente, a una velocità fuori dal comune: in due settimane aveva raggiunto un’età equivalente a sedici anni di crescita umana. Aveva imparato a parlare e amava correre e giocare nel buio della notte. Era un ottimo cacciatore, portava a casa lepri e fagiani che Nephila trasformava in zuppe e spezzatini deliziosi. A poco a poco, la strega cominciò ad apprezzare la compagnia dello strano mezzo-lupo. Dopo il primo incontro violento, si era rivelato simpatico e fedele, forse il primo vero amico che lei avesse mai avuto. Nel frattempo, Taraxacum — così lo aveva chiamato, ispirandosi al fiore giallo che probabilmente aveva sbagliato nella sua ricetta — raggiunse l’adolescenza. Era cresciuto molto, e ora iniziava a fare domande alle quali la strega non sempre sapeva rispondere. «Nephila, perché sono nato?» chiedeva spesso, quando il cielo iniziava a scurirsi. «Non lo so, Taraxacum. Volevo diventare la strega più potente del mondo, ma sei uscito tu.» La risposta era sempre la stessa, eppure il ragazzo-lupo non ne era mai soddisfatto. «E perché non posso venire con te alla contea?» domandava.
«Perché tutti avrebbero paura di te e ti darebbero la caccia.»
Tarax non si lamentava delle regole imposte da Nephila, ma una sottile vena di malinconia sembrava crescere dentro di lui, spegnendo a poco a poco la sua allegria. La strega se ne accorgeva, ma, oltre a insegnargli incantesimi e pozioni, non sapeva come risollevarlo. Talvolta si sentiva in pena per lui.
«Senti, Tarax… che ne dici se, un giorno di questi, proviamo a far volare la mia scopa?» propose Nephila, posandogli una mano sulla spalla. Ormai Tarax era molto più alto di lei. «Ma… Nephila, ne sei sicura?» chiese lui, sorpreso e preoccupato allo stesso tempo. «Certo! E poi io ti starò sempre dietro, non ti lascerò solo!»
Il lupo sprizzò di gioia, abbracciandola con tutte le sue forze. «Non ti deluderò! Toccheremo insieme le nuvole!»
La strega e il lupo attesero l’inizio della primavera per volare, e nel frattempo Taraxacum continuava a crescere. Quando arrivò il giorno, era ormai un giovane uomo-lupo di appena vent’anni. Alto, forte, e bello in un modo che forse solo Nephila poteva davvero apprezzare.
«Sei pronto, lupetto?» chiese Nephila, porgendogli la scopa. «Sono pronto, strega.» Si sorrisero come vecchi amici, ma il legame che li univa andava oltre l’amicizia: era amore, ma un amore diverso da quello che si poteva pensare con sospetto, era un amore familiare.
Taraxacum si posizionò sulla bianca scopa di Nephila, prendendo un profondo respiro e aggrappandosi al manico. La strega si sedette dietro di lui, stringendolo alla vita.
«Vai, caro, sei pronto.»
Il ragazzo-lupo chiuse gli occhi e, seguendo le istruzioni della strega, fece levitare la scopa.
«Concentrati. Trattieni e poi… rilascia!» disse Nephila.
Taraxacum seguì alla perfezione, guadagnando sempre più altitudine, fino a superare gli alti alberi della foresta.
«Adesso» sussurrò Nephila, e il ragazzo lupo aprì gli occhi, lasciando partire la scopa tra le nuvole.
Nephila urlò entusiasta, mentre teneva fermo il suo cappello per evitare che volasse via.
«Sapevo che ce l’avresti fatta! Non ho mai dubitato!»
Tarax rimase in silenzio, estasiato dalla sensazione di libertà e dall’aria fresca del mattino. Inseguì uno stormo di anatre migranti, ma invece di cacciarle, come gli avrebbe ordinato l’istinto, si limitò a volare con loro, immaginandosi libero. Lanciò un ululato commosso, guardando gli uccelli volare via. «Grazie, Nephila. È il giorno più bello della mia vita!» esclamò, aprendo le braccia per sentire l’aria pungente tra le dita artigliate.
La strega lo baciò dolcemente sulla schiena mentre lo stringeva, non solo per tenersi stabile sulla scopa, ma per dimostrargli il suo amore. Mai avrebbe pensato di provare un’emozione così forte per quella che era stata un’orribile creatura nata per errore. Ma adesso, era infinitamente grata per questo.
«Ti starò sempre vicino, Nephila, lo prometto!» giurò Tarax, accarezzandole dolcemente la mano. Nephila lo guardò con un sorriso affettuoso e rispose con un semplice, ma profondo, «Segui la tua strada e vivi la vita che ti è stata donata».
Con un’ultima spinta magica, Tarax fece volare la scopa oltre le nuvole, e i due scomparvero all’orizzonte.
Il tempo, meschino e inafferrabile come il fumo, passò inesorabile. Le stagioni si susseguirono come una gazzella in fuga, e con esse gli anni, portando via la freschezza della giovinezza. Tarax, però, smise di invecchiare ad un certo punto, rimanendo forte e robusto, mentre Nephila sentiva il peso del tempo sulla sua pelle. Il suo corpo si era trasformato: la pelle un tempo tesa, ora pendeva in pieghe flosce, i suoi capelli rosei si erano sbiaditi, divenendo di un bianco spento. Tuttavia, i suoi occhi, quelli non erano cambiati: brillavano ancora di gioia e voglia di vivere, sebbene la stanchezza fosse evidente in chi la osservava.
Nel frattempo, il mondo attorno a loro si era trasformato. Le persone che Nephila aveva conosciuto, amato e sfidato erano scomparse, lasciando il posto a una nuova generazione di giovani streghe, vivaci e piene di energia, come lo era stata lei in passato. Passava molto del suo tempo seduta accanto a Tarax, osservando il sole tramontare dietro la foresta, aspettando l’ultimo di quei tramonti.
E quel giorno, l’ultimo, arrivò silenzioso come un’ombra gentile. Nephila, sentendo il richiamo del destino, chiamò Tarax vicino a sé. «Caro, vieni qui, siediti accanto a me» disse con voce affettuosa. Tarax si sedette al suo fianco, prendendole la mano come aveva fatto tante volte prima. «Sai, avevo grandi sogni per la mia vita. Volevo diventare la strega più potente di tutta Incantia» rise debolmente, tossendo subito dopo. «Pensavo che il potere mi avrebbe resa completa, felice... perfino invidiata!»
Tarax l’abbracciò dolcemente, facendo poggiare la testa della madre sulla sua spalla robusta. «Mi sono sempre sbagliata, sai? Fin dal primo giorno in cui ti ho preso con me, figlio mio.»
Tarax la guardò negli occhi, il cuore pieno di domande. «Cosa intendi, madre?»
Nephila sorrise, con lo sguardo perso nei ricordi. «L’intruglio che preparai quel giorno... doveva darmi la cosa di cui avevo più bisogno. E così è stato.» Alzò lo sguardo per incontrare quello di Tarax, pieno di affetto e gratitudine. «Avevo bisogno di qualcuno da amare, e la dea mi ha donato te.»
Tarax le accarezzò i capelli con delicatezza, come lei aveva fatto con lui molte volte. «Sei il fiore più bello che io abbia mai colto» disse lei, con una voce colma di amore.
Nephila chiuse gli occhi con un sorriso sereno adagiato sul volto. Si lasciò andare, stringendo ancora la mano di Tarax, sapendo di aver trovato, in lui, tutto ciò che aveva sempre desiderato. E così, la vecchia strega si spense pacificamente, accanto alla cosa più preziosa che avesse mai avuto: suo figlio.
Illustrazione di Martina Platania aka Martyply



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